Amber Rudd, ministra del Lavoro del Regno Unito, si è dimessa dal governo e dal Partito conservatore, mettendo in ulteriore difficoltà il premier Boris Johnson, contestato dall’opposizione e nel suo stesso partito sul tema della Brexit. Nella lettera di dimissioni Rudd, citata dalla Bbc online, ha affermato di non ritenere più che “il principale obiettivo” di Johnson sia lasciare la Ue con un accordo e ha definito l’espulsione di 21 parlamentari Tory avvenuta martedì come “un attacco alla decenza e alla democrazia” e “un atto di vandalismo politico“.

I 21 ribelli conservatori erano stati espulsi dal gruppo parlamentare Tory ai Comuni dopo che avevano votato insieme all’opposizione contro la linea di Johnson e in favore di un rinvio oltre il 31 ottobre dell’uscita del Regno dalla Ue per scongiurare un divorzio no deal. Un rinvio che il premier continua a bollare come una potenziale “resa”, proclamando di essere pronto a qualunque sfida pur di non sottoscriverne la richiesta di fronte a Bruxelles al prossimo Consiglio europeo (17-18 ottobre).

Tra gli espulsi spiccano i nomi dell’ex ministro e veterano Ken Clarke (79 anni), e quelli di altri ex ministri di primissimo piano dei governi di David Cameron e di Theresa May come Philip Hammond, Dominic Grieve o Justine Greening, e anche di Nicholas Soames, 71enne nipote di Winston Churchill.

Amber Rudd, 56 anni, che nel referendum del 2016 aveva votato contro l’uscita dalla Ue, ha affermato che quella di dimettersi è stata “una scelta difficile”, ma ha aggiunto che non può “rimanere a guardare” mentre “conservatori leali moderati vengono espulsi”. “Sono entrata nel suo governo – scrive la ministra nella lettera di dimissioni a Johnson – in buona fede: accettando che l’opzione no deal doveva rimanere sul tavolo perché era un mezzo per avere le migliori chance per raggiungere un nuovo accordo per l’uscita al 31 ottobre. Tuttavia non credo più che uscire (dalla Ue) con un accordo sia il principale obiettivo del governo”.

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