Negli ultimi giorni abbiamo assistito sui giornali di mezzo mondo ad un violento battibecco sulle misure fisiche più o meno abbondanti di una brava cantante di nome Kathryn Lewek. Sarebbe stata criticata su Die Welt per aver vestito panni molto sexy, in una messinscena dell’Orphée aux Enfers di Jacques Offenbach a Salisburgo pur essendo troppo grassa, a dire del giornalista, per stare tutto il tempo in corsetto in scena.

In realtà le questioni sono due, una annosissima che assilla il teatro d’opera da almeno due secoli e l’altra più recente, legata a questioni più vicine alla nostra sensibilità odierna, ovvero il politically correct. Nella storia del teatro dell’opera infatti molti sono stati i cantanti criticati per la loro pinguedine, stante la leggenda che il peso favorirebbe la “grandezza” della voce e garantirebbe una migliore risonanza in teatro.

Molti sono stati i cantanti sovrappeso, criticati anche per questo: la capostipite di tutte era la superba Marietta Alboni, mitico contralto dalla voce meravigliosa (a dire dei suoi contemporanei), agilissima vocalmente e grandissima interprete, di Gioacchino Rossini innanzitutto, ma a causa della sua mole si diceva che fosse “un elefante che aveva ingoiato un usignuolo”. In realtà la maggior parte dei compositori badava più alla vocalità che alla presenza in scena del cantante, così come il pubblico almeno fino alla metà del Novecento.

Con il sopravvenire della società dello spettacolo e del teatro di regia che ha invaso (nel bene e nel male) i teatri d’opera, si è notata una sempre maggiore attenzione all’aspetto fisico dei cantanti e si è andati vieppiù virando verso uno standard estetico da rivista patinata, spesso curiosamente non supportato da altrettante esteticamente rilevati venustà di canto. Una delle più illustri vittime di questo fenomeno, all’alba dei nuovi tempi, fu senz’altro Maria Callas, che subì tra il 1953 e il 1954 un brusco calo ponderale che per molti fu tra le cause del suo rapido declino vocale.

Influenzata dalla visione viscontiana, quella, per dirla alla buona, di un estremo “realismo estetizzante”, la Callas volle incarnare Violetta nella Traviata con una fisicità quasi filiforme che poteva essere credibile anche sotto il profilo attoriale. Viene in mente il passo gaddiano dell’Adalgisa dove una Violetta assai più in carne moriva tra gli stenti della tisi quando la cantante scoppiava di salute non solo vocale…

Per queste ragioni il teatro d’Opera vive su un crinale molto scivoloso in cui però i talenti necessari ad un interprete devono essere messi in una scala necessariamente gerarchica. Se adesso si privilegia l’aspetto dello spettacolo piuttosto che quello musicale e vocale, il bel vedere dei cantanti può essere un dato ineliminabile. Va da sé che ci sono visioni di quel teatro che vogliono privilegiare la musica e il canto e mi schiero partigianamente per queste ultime.

Altro discorso invece è il dileggio fino all’insulto di chi attacchi un/una interprete per il suo aspetto fisico. Un cantante deve innanzitutto cantare: se canta bene, più della metà del suo lavoro è fatto. Se è poi un buon attore, che sa stare sul palcoscenico, direi che il suo lavoro è sostanzialmente finito; se sia avvenente o meno è un di più che potrebbe tranquillamente non esserci. Anche perché i criteri dell’avvenenza sono storici e sociologici e come tali soggetti a tutte le intemperie del tempo, del luogo insomma, della sociologia.

Chi può mai stabilire poi che una persona su di peso non possa essere incredibilmente sensuale e attraente? E come stabilire che un ruolo in teatro non si addica ad un cantante pingue solo perché nell’immaginario patinato che riempie il cervello dei più, Tristano debba avere l’aspetto di un ritratto cavalleresco di Dante Gabriel Rossetti?

Il primo Tristano (Richard Wagner stante in teatro) sicuramente non lo era. Per cantare certe parti, come appunto il Tristano, ci vogliono una sensibilità musicale e una resistenza anche fisica notevoli date da una lunga e meditata carriera. Lauritz Melchior, probabilmente il più grande Tristano di ogni tempo, fisicamente era imponente, ma decisamente “brutto” per i nostri canoni estetici televisivi attuali, visto che assomigliava a Oliver Hardy. Questo ha mai fatto di lui un cantante meno ambito dai teatri?

Certamente no e per fortuna. Le polemiche dovrebbero lasciare il tempo che trovano quando una cantante fa bene il suo mestiere e cioè cantare, l’insulto è così poco speculativo da un punto di vista estetico che dà solo la misura di chi lo ha proferito. Luciano Pavarotti sarà stato scenicamente poco avvenente per chi avesse voluto un Rodolfo in Bohème emaciato poeta, ma quale splendore vocale! Sarebbe il caso di ritornare alle elementari regole di buona educazione e di focalizzarsi meno sulla visione e più sull’ascolto: del resto sarebbe musica.

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