di Marta Coccoluto

La nomina del prefetto Luciana Lamorgese a nuovo ministro degli Interni è stata tra le notizie con più eco online. La distanza siderale con il suo predecessore Matteo Salvini è indiscutibile, ma è curioso notare come una delle caratteristiche più apprezzate dai commentatori sia che la nuova inquilina del Viminale non abbia alcun profilo sui social network. Non un account Twitter, non un profilo Facebook, non un account Instagram.

La (prima) contraddizione è lampante: da migliaia di profili social privati, e non solo, si sostiene che non utilizzare il web per comunicare e non avere una propria voce e immagine pubblica sui social network siano una garanzia di affidabilità e spessore, morale e professionale. Semplifico: do notizia ed eco pubblica delle mie opinioni, tanto più politiche, affidandole ai social e dunque alla memoria imperitura del web, dichiarando però che per me è prova inconfutabile di serietà non utilizzarli.

Che ruolo e che importanza attribuiscono queste persone alla loro vita digitale? Al tempo che trascorrono sul web, ai contenuti che hanno la responsabilità non solo di pubblicare ma anche di contribuire a diffondere?

Vita reale e vita digitale non sono separate, ma un tutt’uno. Così come sempre più labile è il confine tra la vita privata e quella pubblica, anche professionale. Viviamo in un mondo interconnesso in cui tutti siamo dei piccoli personaggi pubblici. Quel che di noi raccontiamo online, le nostre attività e i nostri comportamenti sul web, il tono e la scelta del linguaggio che utilizziamo sui social contribuiscono ormai in modo determinante a costruire la nostra reputazione.

Il personal branding, quel processo con cui una persona definisce e comunica le proprie capacità, le competenze personali e professionali e anche il proprio stile, è stato alla base della nascita e del successo dei business, piccoli o grandi, sul web. Senza una reputazione online autorevole, solida e definita non esisterebbero possibilità concrete di realizzare progetti professionali e personali sfruttando le opportunità della Rete, come ad esempio il nomadismo digitale: ma ormai la questione non riguarda più solo i professionisti del web o i Nomadi Digitali, bensì ognuno di noi.

Non solo: leggo da più parti che la non presenza della neo ministra sui social sarebbe “la notizia più bella” perché finalmente non saremo più obbligati – obbligati? e da chi? – a sapere quanto e cosa ha mangiato, dove fa il bagno, che costume indossava, com’era il sugo della sua pasta e altri particolari solletica-popolo e molto poco istituzionali.

Del fatto che Salvini abbia usato la comunicazione online in modo spregiudicato, acchiappa like, mirato sempre a scatenare emozioni – positive o negative poco importa: paura, rabbia, disgusto sono state comunque funzionali a costruire il consenso – e certamente inadeguato al ruolo pubblico ricoperto, non possiamo certo attribuire la responsabilità al web. Non dobbiamo confondere il mezzo con l’uso che se ne fa, a meno di non sostenere che la responsabilità di un’ubriacatura sia del vino.

Inoltre, la stessa indignazione provocata da post e tweet di Salvini, indubbiamente sguaiati, urlati, sempre sul filo della fake news, è stata benzina per la macchina della propaganda: migliaia di condivisioni mosse dallo sdegno non hanno fatto altro che spingere l’algoritmo e favorirne la visibilità.

E così, mentre la Danimarca ha nominato ormai due anni fa un ambasciatore nella Silicon Valley, per intrattenere rapporti con le aziende e gli istituti di ricerca del digitale mondiale e governare i processi di trasformazione socio-economica legati al digitale, in Italia esiste un enorme problema di educazione civica digitale. Dibattiamo su una regolamentazione più stringente della vita in Rete di cui Stato, Forze dell’Ordine, Garanti o comunque qualcun altro si deve far carico, lamentandoci della stupidità e dell’odio dilaganti, ma chiamandoci fuori volutamente dalle responsabilità del nostro stare sul web.

Incapaci di migliorare la qualità delle nostre relazioni online, si plaude a chi preferisce non confrontarsi con le reti sociali. Eppure la disintermediazione digitale, ovvero l’assenza di quella distanza che un tempo separava i personaggi pubblici dalle persone comuni, può davvero contribuire a stringere un nuovo patto tra politica e cittadini. Le reti sociali possono diventare un luogo di confronto, dialogo e anche dissenso, dove esercitare la cittadinanza attiva.

Una ministra a dieta social è certamente preferibile a un ministro che vi si abbuffa, e non solo metaforicamente, ma ancora di più vorrei una ministra presente sui social con spessore e caratura, che di certo non le mancano. Questa sì che sarebbe, e farebbe, una vera differenza.

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