Luglio e agosto sono stati due mesi chiave per la storia del Sudan: uno dei più martoriati stati africani, consumato prima da 16 anni di guerra civile nell’area del Darfur, quindi da 30 anni di pugno di ferro del dittatore Omar Al-Bashir, è oggi ad una svolta.

Dopo quasi un anno di tumulti, seguiti alla “crisi del pane” – quando, a fine 2018, un’impennata improvvisa del prezzo l’ha reso inaccessibile alla fascia più povera della popolazione – lo scorso 17 agosto è arrivata la notizia che tutti attendevano: civili e militari hanno raggiunto un accordo per una bozza di Costituzione, un documento che dovrebbe – superata la fase transitoria di tre anni – tratteggiare un futuro Sudan democratico, un paese con libertà d’espressione, governi che si alternano e un ruolo centrale per le donne.


Quanto è stato messo in calce nella dichiarazione costituzionale è una vera rivoluzione: ma la situazione, dicono in tanti, è meno chiara e definita di quanto non possa sembrare.

Uomini delle forze armate del Transitional military council (Tmc), che hanno assunto i pieni poteri dopo aver deposto Al Bashir, si sono macchiati di crimini contro l’umanità: hanno sparato sulla folla, arrestato e torturato arbitrariamente i dissidenti, stuprato le donne che chiedevano diritti e uguaglianza formale.

Pagherà qualcuno per le atrocità commesse? Quale indipendenza e legittimità avranno i sei membri civili nel comitato misto civili-militari che guiderà il paese fino alle elezioni? Quale fiducia potrà essere riposta in Abdel Fattah al-Burhan, generale golpista e ora a capo del comitato, in rappresentanza del Tmc da poco sciolto?

Inoltre, tema più scottante sul piano internazionale: cosa ne sarà di Al-Bashir? Due giorni dopo la firma dell’accordo, l’ex dittatore è comparso per la prima volta davanti ai giudici. Verrà processato per corruzione, ma da un sistema giudiziario in larga parte costruito da lui: molti dei giudici fanno parte del circolo di fedelissimi e non pochi militari oggi in ruoli chiave di governo portano pesanti responsabilità per crimini commessi durante il regime dell’ex dittatore.

Il rischio, quindi, secondo quanto riporta l’analista Quscondy Abdulshafi ad Al Jazeera, è che l’eccessivo legame tra i due regimi in transizione finisca per produrre un effetto simile a quello dell’Egitto. Un rischio, certo, ma l’assenza di un accordo tra civili e militari e una serie di compromessi che hanno permesso di fermare le violenze sono servite per evitare un altro rischio e cioè che le fragili istituzioni del Sudan collassassero e il paese cadesse nel vortice di una guerra civile. Nessuno vuole un’altra Libia e il timore del caos ha convinto tutti, soprattutto i ribelli, a sedersi al tavolo delle trattative.

Bisognerà attendere gli sviluppi per capire se Abdel Fattah al-Burhan rispetterà i patti e tra 21 mesi lascerà la guida del neonato comitato di unità nazionale ad un esponente civile. Intanto, i militari, tanto gli uomini di Al-Bashir quanto i suoi oppositori, possono dormire sonni (abbastanza) tranquilli: la possibilità che nessuno paghi per le violenze di quest’anno e che il dittatore non paghi per i crimini commessi, soprattutto in Darfur, è molto concreta. Con buona pace dell’Icc, la Corte penale dell’Aja, che dal 2007 gli dà la caccia in mezzo mondo per processarlo.

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