Nella crisi più pazza del mondo salta agli occhi la totale assenza della componente femminile. Lo faceva osservare – con una punta di politicamente corretto – Enrico Mentana nella sua maratona del 27 agosto.

Ma se non ci si limita alle dichiarazioni di sentimento, proprie di un buonismo a costo zero; se non si imbocca la tesi cospirativa, che tutti assolve condannando tutti, pronta ad attribuire la sola responsabilità al corporativismo di genere; se non ci si rintana nel comodo rifugio della denuncia purchessia, allora si può esperire un’altra verità.

La verità che il punto di vista femminile è silenziato nel dibattito pubblico proprio perché di donne non ce ne sono. Semmai ci sono “uome”, femmine in carriera del tutto sottomesse al paradigma maschile, in questa fase storica dove il pensiero dominante oscilla tra l’imperativo “imprenditorializzati” e quello “più maschio del maschio”; nell’idea di liberazione come carrierismo individualista. In cui gli stereotipi con cui le donne-uome promuovono se stesse sono tratti dai più biechi armamentari dei maschietti maschilisti.

Che altro fa Maria Elena Boschi, quando intende replicare a Matteo Salvini, postando una sua istantanea balneare improntata all’idea di seduttivo-femminino da calendario? Evidente espressione di subalternità culturale ai (dis)valori sessuati di chi si vorrebbe contestare.

Sicché, sempre alla ricerca di un introvabile “punto di vista femminile”, cosa differenziava le ministre Anna Finocchiaro o Roberta Pinotti nell’uso strumentale delle scorte all’Ikea o degli aerei di Stato dal primo ministro profittatore Matteo Renzi? Cosa distingue il balbettio di Barbara Lezzi sul Tap rispetto a quello di Danilo Toninelli sul Tav? Che c’è di cultura di genere nell’harem parlamentare berlusconiano e quale idea di liberazione al femminile ci propone il saltabeccare opportunistico da sigla a sigla dell’attualmente leghista Giulia Bongiorno?

Insomma, l’ascensore sociale della politica continua a essere unisex. Solo che, appiattendosi sulla metà del cielo patriarcale, le donne rischiano di condannarsi all’insignificanza. Soprattutto, hanno barattato la solidarietà di genere con le seduzioni neo-liberiste del modello “donna in carriera”, finendo isolate ed emarginabili.

Così non è sempre stato. Tanto per dire, pur nelle evidenti diversità biografiche e culturali, Tina Anselmi e Luciana Castellina esprimevano un’idea di rapporto con il potere e il consenso chiaramente distinguibile da quello dei colleghi maschi.

Del resto, un fenomeno epocale. Fino agli anni Settanta il movimento femminista praticava con radicalità la messa in discussione dei criteri cardine della società gerarchico-patriarcale, che imponeva al “secondo sesso” un’opprimente posizione di vassallaggio. Al tempo stesso coltivava la solidarietà di genere – la sorellanza – come aggregazione coalizionale indispensabile per far valere le proprie ragioni.

Quel punto di vista differente, se non alternativo, che faceva parlare i teorici dell’organizzazione di “società femminilizzata”: l’alba di una coesistenza tra le persone e i sessi meno aggressiva/competitiva e più conviviale/collaborativa. Un processo di incivilimento risucchiato – come si diceva – nell’apoteosi dell’interesse egoistico (e relativa atomizzazione della società in contrapposte solitudini) con l’avvento delle sbornie thatcher-reaganiane.

Nonostante sia una vague ideologica ormai allo stremo, l’unico modello in campo resta quello della donna fallica, la “uoma”. La cui icona potrebbe essere una signorina bon ton con artigli: la banchiera Christine Lagarde. Così almeno ne parlava l’antica leader del femminismo americano Nancy Fraser, intervistata il 31 marzo 2015: “Lagarde è un esempio calzante delle contraddizioni del femminismo. Il fatto è che la seconda ondata femminista, a cavallo tra fine anni Sessanta e fine Settanta, si focalizzava sul tema della redistribuzione: un approccio solidaristico vicino alla tradizione socialdemocratica. Quando lo Zeitgeist è cambiato a favore del neoliberismo, anche il femminismo ha preso un’altra direzione: l’emancipazione legata all’equità è stata soppiantata dall’emancipazione in senso individualistico”.

Scalatrice spudorata la futura “signora Bce”, quanto e più di un maschietto, sorpresa in passato a supplicare l’allora presidente Nicolas Sarkozy per qualche poltrona: “sono al tuo fianco per servirti”.

Quale alternativa (di civiltà o – più semplicemente – di punto di vista) può rappresentare chi scrive una tale missiva?

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