Mentre a Roma continuano le trattative per un Conte 2 sostenuto da M5s e Pd, i funzionari della Commissione europea lavorano a una proposta di revisione delle regole del Patto di Stabilità criticato a più riprese dagli ultimi governi italiani. Compreso ovviamente quello gialloverde, che nel dicembre 2018 e nel luglio 2019 ha dribblato in extremis la procedura di infrazione per debito eccessivo. In attesa dell’insediamento a novembre della nuova presidente Ursula von der Leyen, che nel suo primo discorso al Parlamento Ue ha messo tra i primi punti del suo programma la flessibilità sui conti pubblici, a Bruxelles circola un “documento di brainstorming” che prevede proprio l’allentamento della regola del debito. Il Financial Times ne ha dato conto lunedì proprio nelle ore a Roma più calde per la formazione di un esecutivo giallorosso. Ma la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, poche ore dopo ha spiegato che questo piano “in realtà non esiste”: L’articolo del Ft si basa su “documenti che fanno parte di un brainstorming tecnico interno” che hanno “credibilità zero e credito zero“. Il piano “non è stato visto, né tantomeno appoggiato, dal livello politico della Commissione, né dalla presidente eletta né dalla squadra di transizione”.

La regola del debito mai applicata – La prima regola nel mirino è quella che impone ai Paesi che hanno una “zavorra” superiore al 60% del pil di ridurlo in media di un ventesimo all’anno per tre anni. Avrebbe imposto all’Italia manovre da 60 miliardi l’una ed è rimasta, non a caso, solo sulla carta: nessuna procedura di infrazione per debito è mai stata aperta dalla Commissione. Che per questo è stata accusata dai “falchi” del Nord Europa di eccessiva accondiscendenza e incapacità di far rispettare i suoi stessi parametri. Di qui l’esigenza, si legge nel documento intitolato SGP 2.1 (dall’acronimo di Stability and growth pact), di una “semplificazione sostanziale” delle regole del Patto, che oggi richiedono un manuale di interpretazione lungo 108 pagine e secondo i funzionari hanno come effetto collaterale indesiderato “politiche fiscali procicliche” – tradotto: più tasse quando il Paese è già in recessione o stagnazione – che impongono limiti eccessivamente restrittivi a governi in difficoltà.

Il fronte dei contrari e la spaccatura con il Nord “rigorista” – Il quotidiano della City spiega che l’obiettivo dei funzionari è metter mano alla regola entro i primi 12 mesi dalla nascita della nuova Commissione. Un’urgenza dettata dalla recessione che minaccia la Germania, danneggiata dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e dalla Brexit ancora irrisolta. Il Ft riporta però anche le opinioni di un funzionario contrario a varare il piano proprio nella fase in cui l’Italia “rischia nuove elezioni in autunno e fronteggia la scadenza per presentare la bozza di manovra per il 2020“. “Con questa prospettiva incerta, renderebbe tutto più complicato”. Inoltre occorre tener conto della spaccatura tra i governi del Nord e del Sud Europa e la Commissione dovrà procedere con cautela “visto l’alto livello di polarizzazione e sfiducia tra sostenitori di una rigida applicazione automatica delle regole e un approccio più basato sul giudizio” volta per volta. I “falchi” guidati dall’Olanda sostengono che non ci debba essere alcuna discrezione politica nell’applicazione delle regole. Altri “come Matteo Salvini“, scrive il Financial Times, che non cita per nome nessun altro leader europeo, “hanno stroncato il Patto Ue sostenendo che limita la sovranità nazionale e punisce le economie più deboli”.

Il piano per un fondo sovrano da 100 miliardi smentito venerdì – Non c’è però il timbro politico della nuova Commissione. La Andreeva ha precisato che “le priorità della Commissione possono essere trovate nel nostro programma di lavoro per il 2019 e quelle della presidente eletta Ursula von der Leyen possono essere trovate nelle sue linee guida politiche. E’ quindi sorprendente vedere ripetuti articoli su un documento le cui idee sono semplicemente idee, che non sono state neanche viste dai politici e che quindi probabilmente non vedranno mai la luce”. Qualcosa di simile infatti è successo venerdì scorso quando sempre il Financial Times ha riportato i contenuti di un documento tecnico che ipotizzava la creazione di un fondo sovrano europeo da 100 miliardi di euro per sostenere le imprese del Vecchio Continente nella loro competizione, spesso squilibrata, con i concorrenti Usa e cinesi. Già in serata un portavoce della Commissione aveva stroncato gli entusiasmi spiegando che “non è stato nemmeno visto dai vertici politici della Commissione o dal presidente eletto Ursula von der Leyen, che entrerà in carica il primo novembre, e tanto meno approvato”, per cui “non dovrebbe ricevere alcun credito”.

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