Le luci del teatro si spengono, solo i fari illuminano l’orchestra, il silenzio in sala è palpabile. Ecco che un personaggio, più spesso uomo che donna, entra sul proscenio, e scatta l’applauso. È il direttore d’orchestra: s’inchina per ringraziare, stringe la mano al primo violino, e poi gira le spalle al pubblico. In questa posizione rimarrà per tutta la serata. John Mauceri, che ha diretto orchestre fra le maggiori al mondo, nel volume A lezione dai Maestri: arte, alchimia e mestiere nella direzione d’orchestra (Torino, Edt 2019), svela molti segreti di questa professione difficile ma esaltante, in cui il suono prodotto dagli esecutori è aggregato e coordinato dal gesto silenzioso ma eloquente del direttore. Il suo strumento è l’orchestra intera, ossia una compagine più o meno grande di professionisti abituati ad esibirsi giorno dopo giorno in teatri e sale da concerto: col suo gesto, farà sì che loro, tutti insieme, conferiscano alla partitura, pur sempre la stessa, nuances di volta in volta diverse. Per dire, Claudio Abbado, Pierre Boulez, Sergiu Celibidache, Herbert von Karajan, Carlos Kleiber, Riccardo Muti, Giuseppe Sinopoli, Kirill Petrenko, nell’affrontare una data opera, sono tutti artisti straordinari, ma restano distinguibilissimi l’uno dall’altro.

Mauceri offre una breve storia della direzione d’orchestra, descrive con tono sorridente, tra molti aneddoti, il difficile training cui si sottopone il giovane che vuol diventare direttore, i passi per impadronirsi della lettura di una partitura sinfonica o operistica, le tecniche gestuali, i percorsi intellettuali da apprendere e praticare. E poi ci dice quale rapporto un direttore instaura con la musica, quella da lui prediletta e quella non preferita, che magari è obbligato a dirigere per contratto. Considera le relazioni del maestro col pubblico, con i musicisti (orchestrali, solisti, cantanti), con i critici musicali, i sovrintendenti, i registi, gli scenografi, e mette a confronto esecuzioni diverse: ribadisce spesso che è soprattutto la sonorità a differenziare un direttore dall’altro. Non mancano nel libro gli aperçus sulla vita, le abitudini, la “solitudine del maestro itinerante”: una professione che comporta lunghi viaggi, spostamenti rapidi, tensioni, privazioni, concentrazione indefessa. Ma che regala al direttore e al pubblico la gioia del sempre rinnovato contatto con le grandi opere e i grandi compositori. Il libro è piacevole e istruttivo, anche i non addetti ai lavori lo possono leggere d’un fiato.

A una figura eminente di direttore d’orchestra, Heribert (Herbert) von Karajan (1908-1989), è dedicato il volume a più mani L’arte di Karajan: un percorso nella storia dell’interpretazione, a cura di Alberto Fassone, prefazione di Giacomo Fornari, direttore del Conservatorio di Bolzano (Lucca, LIM, 2019). Affidati a studiosi tedeschi e italiani (ma tutti in lingua italiana), i venti saggi offrono un’analisi multiprospettica di questo artista complesso e carismatico; nel contempo, attraverso lo studio di una singola personalità, essi tracciano anche una sorta di storia dell’interpretazione musicale, un campo che sta attirando sempre più l’attenzione dei musicologi.

Posso citare qui soltanto alcuni contributi. In un denso articolo il curatore, Fassone, mostra come il grande direttore abbia saputo usare in maniera scaltritissima la traduzione “visiva” dell’evento musicale, grazie anche all’abile sfruttamento delle risorse filmiche e televisive: il gesto, dapprima esuberante e poi sempre più “quintessenziale”; le mani illuminate che dipanavano la trama sonora, mentre il corpo rimaneva invece oscurato; gli occhi sempre chiusi quando, secondo sua abitudine, dirigeva a memoria partiture lunghe e articolate. In uno splendido articolo, Hermann Danuser – un grandissimo della musicologia internazionale – enuclea i nodi essenziali delle scelte artistiche e direttoriali di Karajan: fra questi, di nuovo, il rapporto suono/immagine, la maniera di condurre le prove con orchestrali e cantanti, l’”estetica della bellezza”, tenacemente perseguita, che tuttavia si dovette talvolta misurare con capolavori portatori di un’estetica del brutto, per esempio la Marche au supplice (marcia al supplizio) nella Symphonie fantastique di Berlioz. Il volume presenta anche saggi che scandagliano l’interpretazione di singoli compositori: Maurizio Giani, raffinato cultore di storia dell’interpretazione, si occupa di Brahms, Carlo Benzi di Bach, Galliano Ciliberti del Requiem di Mozart come Karajan li lesse. Un libro ricco e denso, adatto agli specialisti, ma anche ai semplici melomani che amano collezionare e riascoltare registrazioni illustri.

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