Ma qual è la verità sull’immunità penale per ArcelorMittal?
Partiamo dai fatti.

Il 9 luglio scorso, il ministro Luigi Di Maio dichiarava: “Non esiste alcuna possibilità che torni”. In realtà era in corso una trattativa. E infatti il 1 agosto il direttore finanziario Aditya Mittal, in una conference call sui conti, ha detto: “ArcelorMittal ha ricevuto rassicurazioni dal governo su un nuovo provvedimento per ripristinare l’immunità per lo stabilimento di Taranto”.

Pochi minuti dopo l’annuncio di Aditya Mittal arriva una nota del Ministero dello Sviluppo Economico (non firmata da Di Maio ma a lui attribuita) che “smentisce categoricamente” l’annuncio del provvedimento. Tutto chiarito? Assolutamente no. Infatti una settimana dopo, il 7 agosto, si scopre che Aditya Mittal aveva detto la verità. Infatti il Consiglio dei Ministri vara una norma “ad hoc” di immunità penale “a scadenza”.

Un’impresa rintracciare il testo. Tuttavia la nuova normativa viene presentata come una novità. A ben vedere anche l’immunità penale introdotta da Matteo Renzi nel 2015 aveva una scadenza, e infatti scadeva nel 2017. La nuova immunità “a scadenza” del ministro Di Maio garantisce fino a 4 anni di esimente penale, arrivando fino al 2023 per impianti particolarmente pericolosi. Dov’è la vittoria di questa immunità penale “a scadenza” che dura fino a 4 anni quando quella di Renzi – tanto criticata dal M5s – durava 2 anni?

Di Maio ha dovuto affinarla un pochino per evitare che cada malamente sotto la mannaia della Corte Costituzionale, eliminando i riferimenti alla sicurezza sui luoghi di lavoro (la sentenza 58/2018 della Consulta escludeva tale esimente), ma sarà difficile fare questa distinzione quando i certificati di prevenzione incendi per la cokeria e gli altoforni arriveranno nei prossimi anni.

In tutta questa storia i due grandi assenti sono il ministro dell’Ambiente, a cui è stata di fatto tolta la competenza, e le associazioni ambientaliste, anch’esse tagliate fuori da questa vicenda in cui la democrazia, la partecipazione e la verità si sono eclissate. Eppure anche su tali questioni dovrebbe essere in vigore la Convenzione di Aarhus, sulla partecipazione del pubblico in materia ambientale. Dubito che il ministro Di Maio l’abbia letta.

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