Cesare Cremonini si sta preparando per il tour negli stadi che partirà il 21 giugno 2020 da Lignano per celebrare vent’anni di carriera. I festeggiamenti si concluderanno con il grande concerto-evento all’Autodromo di Imola il 18 luglio. Ci sarà anche spazio per musica nuova, che potrebbe anche uscire a sorpresa entro l’anno. Nel frattempo il cantautore osserva la società, i social e il mondo che sta cambiando, come ammette in una lunga intervista al magazine “7” del Corriere Della Sera. “Stiamo vivendo in una specie di hatercrazia, una parola che non so se esista sul vocabolario, ma calza con ciò che sta capitando. Una società che si sente allegramente legittimata ad alzare quotidianamente una forza divenuta tascabile, a portata di tutti, al fine di indignarsi comodamente seduta su un divano o molto peggio azzannare il prossimo senza alcun freno. Io credo che non vi sia nessuna strada, nessun futuro per il nostro Paese, se non quella dell’incontro e dello scambio con ogni diversità di pensiero, di religione, di costume e di colore”.

Poi l’artista spiega, ricordano i suoi prossimi vent’anni di carriera, cosa successe esattamente con i Lunapop, la band che ha dato il via alla sua avventura musicale. “I Lunapop si sciolsero – racconta – perché le regole che tenevano in piedi un progetto musicale composto da ragazzi così giovani erano regole strane, utili ma molto difficili. La prima era: i genitori fuori dalle scatole. La seconda: possibilmente anche le fidanzate. Regole impossibili da rispettare, per ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni, tutti di famiglie borghesi. Figli della Bologna che coltivava il valore della famiglia, quindi del condividere la vita dei figli. I Lunapop diedero vita ad un progetto che ebbe un successo straordinario. Ancora oggi l’ultimo grande successo della musica italiana, dal punto di vista discografico. Nel momento in cui si ruppero questi equilibri, queste regole divennero impraticabili, non era più pensabile poter continuare”.

Infine Cremonini ricorda anche un momento molto intimo e delicato della sua vita che riguarda il papà. “Qualche anno fa mio padre ebbe un ictus davanti a me, a cena. – racconta – Stavamo passando una bella serata in due in Piazza Santo Stefano, una delle più belle cartoline di Bologna, quando le sue parole cominciarono a cadere sul tavolo. La sua voce spariva e tornava accompagnata da un fortissimo mal di testa. Decidemmo di tornare a casa. Una volta arrivati nelle campagne fuori Bologna dove ancora vive, smise di parlare. Lo portati in ospedale attraversando chilometri di strade in mezzo ai campi senza badare a semafori o agli incroci. Continuavo a raccontargli di quando ero piccolo e lui mi addormentava con delle improbabili favole inventate. Improvvisavo alla meglio per cercare di tenerlo sveglio, mentre lui emetteva frasi sconnesse. Arrivati all’ospedale Sant’Orsola lo operarono immediatamente e mi ritrovai a pregare per lui nella sala di aspetto. ‘Dio fammi risentire ancora una volta la sua voce!‘. Anche se vorrei non capitasse mai più, quel momento ha cambiato profondamente la mia vita, il mio rapporto con lui e la mia spiritualità. L’intervento riuscì e dopo due settimane di silenzio e balbettamenti mio padre tornò a pronunciare il mio nome correttamente (…). La voce è la cosa più importante che abbiamo. Ciò che ci lega ad ogni persona che amiamo, ciò che ricorderemo di ogni nostro incontro con gli altri”.

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