Nell’anno di Leonardo si sono moltiplicate mostre, convegni, celebrazioni. Nell’entusiasmo e nella superficialità, come ricorderete, un giornalista francese ha persino attribuito la nazionalità transalpina al genio universale di Vinci.

A parte le mostre mirate a celebrare il Genio, sarebbe anche utile – e un suggerimento per le prossime vacanze estive – un’immersione nei luoghi leonardeschi, già di per sé incantati, iniziando ovviamente nella casa natale ad Anchiano di Vinci, dove un ologramma riproduce un anziano Leonardo che racconta, da Amboise, tutta la sua vita. In una casa colonica adiacente, una riproduzione digitale del Cenacolo (se poi si ha voglia di andare a Milano a Santa Maria delle Grazie tanto meglio). Sempre rimanendo in Toscana, nella storica residenza del Ferrale vicino Vinci, tutta la produzione, sempre in digitale, dei dipinti leonardeschi; e a pochi passi, nel piccolo battistero di Santa Croce, il fonte battesimale ove fu battezzato. Il Museo leonardiano, con la raccolta completa delle sue invenzioni, è un’esperienza unica ed affascinante; sempre in zona, alle spalle del Castello dei Conti Guidi, la scultura di Ceroli con l’Uomo vitruviano.

Lasciando la Toscana come meta obbligata, dove il paesaggio in quei luoghi è ancora carico di suggestioni evocative, si può raggiungere la Lombardia, dove a Milano, oltre al già citato Cenacolo, si può ammirare alla Biblioteca Ambrosiana il Codice Atlantico e poi passare al Castello Sforzesco, dove nella Sala dell’Asse è stato appena stato restaurato, e visitabile sino a gennaio, l’affresco trompe l’oeil di rampicanti che, oltre che un’opera d’arte, è anche un trattato di botanica.

Moltissime le mostre in suo onore: doverosa quella di Torino, dove è conservato il suo autoritratto nei Musei Reali. Obbligatorie le varie mostre fiorentine, ve ne segnalo due: una colta e divertente al museo Galileo, visitabile sino al 22 settembre, e un’altra, purtroppo già conclusa, a Palazzo Strozzi, che con un allestimento molto curato e in sinergia con il museo del Bargello si è cimentato per primo a raccontare la “creazione“ del Genio attraverso il suo maestro Verrocchio, di cui a Firenze sono conservate in modo permanente opere agli Uffizi, a San Lorenzo e per l’appunto al Bargello. Anche se terminata, con un successo incredibile di visitatori, vale sempre la pena visitare questo palazzo che, attraverso il giovane e creativo direttore Arturo Galansino, esprime il meglio nel panorama delle offerte nel campo delle mostre.

Sempre tornando all’anno leonardiano, poco o nulla invece si è detto di quanto abbia influenzato scienziati, ingegneri e architetti e per l’appunto il più iconico architetto francese (di nascita invero elvetica) Le Corbusier. Nei suoi frequenti viaggi in Toscana, si immerse nell’architettura dei monasteri, dei borghi e della città per trarne ispirazione. Il suo Modulor, del 1948, è poi una proposizione in chiave moderna dell’Uomo vitruviano del 1490, in cui Leonardo traccia una serie di segmenti posti alla medesima distanza l’uno dall’altro, rispettivamente all’altezza del ginocchio, del pube e del torace. Tale distanza, corrispondente a sei palmi, ricopre la misura dell’arto superiore sinistro – misurato dalla punta delle dita alla piegatura del gomito – che, posto dal basso verso l’alto, entra quattro volte nell’intera figura.

Leonardo scrive: “Vitruvio architetto mette nella sua opera d’architettura che alle misure dell’homo sono dalla natura distribuite in questo modo” facendo proprio un progetto di antropometria che fu anche l’inizio della sua ricerca per i movimenti del corpo umano in relazione allo spazio. Così Leonardo fra il cerchio e il quadrato crea una geometrica corrispondenza, con il raggio del cerchio che rappresenta la sezione aurea del lato quadrato. Leonardo si appassionò altresì al trattato di Luca Pacioli De Divina Proportione – stampato nel 1509 e diffuso in tutta Europa – sulla proporzione come chiave universale per penetrare i misteri della bellezza in tutti campi, tanto da illustrarlo in 60 disegni.

L’Uomo vitruviano rimase per secoli praticamente sconosciuto fino all’inizio del XX secolo, quando riacquistò la sua importanza divenendo simbolo di un’armonia che nella realtà degli anni 30 e 40 del 900 era difficile trovare altrove.

Nel 1948 Le Corbusier pubblica la prima versione del suo Modulor. Esso è una scala di proporzioni che l’architetto franco-svizzero sviluppò all’interno della lunga tradizione di Vitruvio, passando dal disegno vinciano ai lavori di Leon Battista Alberti, nel tentativo di trovare proporzioni matematiche all’interno del corpo umano per migliorare sia l’estetica che la funzionalità dell’architettura. Altre tappe potrebbero essere quindi Marsiglia e Chaux de Fonds, dove si trovano i vari Modulor.

Oltre a questi concetti di proporzioni utili alla sua architettura, Le Corbusier si recò nel 1907 in Toscana, nei luoghi vinciani. Questo viaggio fu molto importante per la sua formazione di progettista; così, seguendo le indicazioni di Ruskin, si reca a visitare la Certosa del Galluzzo. Da allora il modello monastico diviene per lui un riferimento per l’abitazione collettiva, perché unisce lo spazio privato, che nel monastero è la cella del monaco, con gli spazi comuni, che sono il chiostro grande, la sala del capitolo, il refettorio… Un concetto dell’abitare dove la modularità di molti edifici – che lo ispirano e affascinano – possono anche essere un’indicazione, senza il timore di blasfemia, per chi oggi si trova con un immenso patrimonio dismesso (dalle carceri, agli edifici scolastici, alle caserme) che può nascere a nuova vita.

Leonardo, uomo simbolo del Rinascimento, con il suo richiamo alla centralità fisica e dell’uomo rispetto allo spazio e all’ambiente ha dunque ispirato e influenzato non solo l’arte e la scienza, ma anche l’architettura contemporanea.

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