Ho scritto di lui tante volte. Più che altro, ho letto quasi ogni parola messa su carta da questo omone da sessanta sigarette e cento storie. Ricordo ancora la prima pagina del suo Montalbano, letta durante una vacanza in Sicilia, perché i cliché mi sono sempre piaciuti. “Non ci capirò mai niente”.

Invece, alla seconda pagina, era già mio: il linguaggio “vigatese”, il suo mondo, quel modo di essere ‘popolare’ che solo chi ha una cultura sterminata può sguainare, al bisogno. Romanziere “alla portata di tutti”, personaggio pop per grandezza e volontà. 

Narratore di storie: una volta la vita di Tiresia, l’altra un aneddoto su quando, bambino, incontrò per caso un giovane fotoreporter che lo incuriosì. C’era la guerra, e quel fotografo era il solo che, come lui, aveva avuto in mente di andare controllare se la Valle dei Templi fosse rimasta in piedi, anche dopo quell’ennesimo tumulto. Si parlarono, il bambino Andrea e il giovane uomo, senza capirsi: uno siciliano, l’altro americano. E allora si scambiarono un bigliettino, con i rispettivi nomi. Quel fotoreporter era Robert Capa. È il destino dei grandi quello d’incontrasi? Chissà. 
È sicuro però che in un momento di povertà culturale e sociale come questo, non avevamo bisogno solo della sua prosa e delle sue storie. Avevamo bisogno del suo modo di andare dritto al punto quando si trattava di diritti sociali, delle sue bacchettate ai politici, delle sue parole taglienti usate per infilzare gli stronzi. 

Cieco, ci vedeva benissimo. Come il suo Tiresia.

Una volta il mio direttore mi disse: “La prima persona la userai solo se ti sparano addosso”. E non perché l’avessi usata, solo perché mi fosse chiaro. Mi perdonerà se stavolta la uso, condita da quella retorica che è cugina della malinconia. Nessuno m’ha sparato addosso, ma quando se ne va uno come Camilleri siamo tutti un po’ più esposti al fuoco nemico dell’ignoranza. 

Ciao, Andrea.

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