“Tre mi tenevano e uno menava forte, fino a spostarmi la mandibola”. È la ricostruzione del pentito Francesco Noblea di Cosenza che, nei giorni scorsi, ha denunciato un’aggressione avvenuta a Roma all’interno del carcere di Rebibbia. Stando alla sua denuncia, sulla base della quale la direzione del penitenziario ha avviato un’indagine interna, il collaboratore di giustizia sarebbe stato pestato dagli agenti della polizia penitenziaria. L’aggressione si sarebbe consumata il 20 giugno quando, dopo un colloquio con il suo avvocato, Noblea era stato posto in isolamento intramurario in seguito alle sue lamentele per il divieto, da due anni, di incontrare la figlia che è stata collocata presso una casa famiglia.

Recentemente, infatti, il Tribunale dei minori di Catanzaro lo ha autorizzato a sostenere “colloqui telefonici nonché a mezzo Skype” con la figlia minorenne ma ciò, finora, non è stato possibile all’interno del carcere di Rebibbia sprovvisto “degli opportuni mezzi di comunicazione (Skype per l’appunto)”. Questo avrebbe compromesso i rapporti tra il pentito e le guardie fino all’aggressione.

Ventisei anni e un passato nelle file della cosca Abbruzzese per conto della quale spacciava cocaina e commetteva altri reati, Francesco Noblea detto “Pozzetto” adesso è stato trasferito in un’altra struttura carceraria mentre è partita un’indagine per individuare gli agenti della penitenziaria che lo avrebbero malmenato. Giudicato attendibile dalla Dda di Catanzaro che ha utilizzato le sue dichiarazioni in diversi procedimenti penali, il pentito dice di ricordare i soprannomi che i poliziotti utilizzavano tra di loro mentre si sarebbe consumata l’aggressione. Anche se nella denuncia parla di un solo agente, stando al racconto fatto al suo avvocato sarebbero stati in quattro i protagonisti del pestaggio: tre di loro lo avrebbero immobilizzato mentre l’ultimo, soprannominato “Waths”, avrebbe sferrato i colpi..

L’episodio è emerso durante un’udienza di un processo che si stava celebrando a Cosenza dove era prevista la deposizione del pentito. Noblea, però, è arrivato tardi e a quel punto l’avvocato, Michele Gigliotti, ha informato il giudice che il suo assistito poche settimane fa è stato aggredito. Il legale ha scritto anche al ministro della giustizia Alfonso Bonafede e al Garante dei detenuti della Regione Lazio. Quest’ultimo ha già chiesto informazioni attraverso l’avvocato Simona Filippi.

La lettera è arrivata pure sulla scrivania del direttore del carcere di Rebibbia, Nadia Cersosimo, che ha avviato un’indagine interna per ricostruire i fatti descritti dal collaboratore di giustizia. Noblea – si legge nella nota – “mi informava di essere stato pesantemente malmenato da quattro agenti appartenenti al corpo della polizia penitenziaria in forza presso la casa di reclusione di Roma Rebibbia”. “A detta del signor Noblea – denuncia formalmente l’avvocato Gigliotti – in data 14 giugno 2019 (in realtà l’episodio stando alla denuncia sarebbe avvenuto il 20, nda) sarebbe stato posto in isolamento e poi, una volta lì, aggredito dai menzionati agenti. Lo scrivente si riserva di fornire i nomi degli agenti auspicando che lei avvii una indagine interna al fine di verificare quanto detto e successivamente adottare i più opportuni provvedimenti”.

Al ministero della Giustizia, in sostanza, il legale del collaboratore chiede pertanto, “attraverso indagini mediche, di voler appurare lo stato di salute fisica e psichica del mio assistito che certamente non sarà il migliore tra i detenuti, ma che è attualmente in un carcere della Repubblica italiana, Paese a democrazia avanzata e che, pertanto, dovrebbe assicurare un copioso novero di garanzie ai detenuti affermando diritti che, diversamente, sono destinati a rimanere su carta”.

“Sono certo – conclude l’avvocato Gigliotti rivolgendosi al ministero della Giustizia e al direttore del carcere – che, attraverso i suoi poteri direttivi, saprà far luce efficacemente sui fatti esposti, riaffermando i diritti umani spettanti ad ogni detenuto e le garanzie che ne discendono fugando il rischio, sempre incombente, che la detenzione si trasformi in tortura”. La segnalazione è stata fatta anche al sostituto procuratore di Catanzaro Camillo Falvo, titolare di un’inchiesta che ha portato all’arresto di due agenti della polizia penitenziaria accusati di favorire gli uomini dei clan detenuti nel carcere di Cosenza.

Nell’ordinanza di arresto compaiono le dichiarazioni del pentito Francesco Noblea che, ai pm coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, ha raccontato della droga che entrava in carcere attraverso gli agenti della penitenziaria e di come questi ultimi si prestavano a portare all’esterno i messaggi dei boss detenuti. L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita il 19 giugno e, coincidenza, il giorno dopo si sarebbe verificato il pestaggio di Francesco Noblea nel carcere di Rebibbia.

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