Cellulari, droga e alcolici. Ma anche pizzini che servivano a commissionare estorsioni e a fornire all’esterno l’elenco dei soggetti presso cui recuperare le somme di denaro. Il carcere di Cosenza era un “Grande Hotel” per i detenuti legati alla ‘ndrangheta, un luogo confortevole da dove boss e gregari dei clan riuscivano a organizzare “vere e proprie riunioni all’interno delle celle” e, addirittura, venivano informati in anticipo delle perquisizioni che avrebbero subito e degli altri detenuti che erano pronti a collaborare con la giustizia. In sostanza i detenuti di “maggiore importanza” godevano di una sorta di “piena libertà di manovra” grazie a tre agenti della polizia penitenziaria, due dei quali stamattina sono stati arrestati dai carabinieri per concorso esterno con la ‘ndrangheta.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip Massimo Forciniti nei confronti di Luigi Frassanito e Giovanni Porco. Con loro è indagato a piede libero l’agente Franco Caruso per il quale non è stata emessa misura cautelare in quanto già in pensione e non potrebbe più favorire i detenuti. A raccontare cosa succedeva all’interno del carcere di Cosenza sono stati alcuni collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni sono state poi riscontrate dalle indagini coordinate dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dal sostituto Camillo Falvo. Il quadro che né è venuto fuori è devastante con droga che entrava in carcere all’interno delle palline da tennis e con rappresaglie nei confronti degli agenti della penitenziaria che non si soddisfacevano i desiderata dei boss.

Ai magistrati, infatti, il pentito Adolfo Foggetti ha dichiarato che i due poliziotti arrestati “venivano utilizzati dalla nostra organizzazione criminale per portare notizie fuori dal carcere, oltre che per consentire l’ingresso di generi di necessità che avrebbero consentito una più tranquilla e agevole permanenza in carcere da parte da parte nostra. Ovviamente venivano pagati con somme di denaro che venivano prelevati dalla ‘bacinella’ della cosca”. Questa era la cassaforte del clan che serviva alle esigenze dei boss e degli affiliati. Il collaboratore ha riconosciuto in foto “Luigi”, poi identificato nell’agente Frassanito: “Si rendeva disponibile per tutto quello che gli chiedevamo, sia con il gruppo Rango-Zingari che con quello Lanzino-Patitucci. So che aveva disponibilità di somme di denaro e faceva usura con i suoi colleghi. Noi a Luigi in cambio dei favori davamo soldi e facevamo a nostra volta, dei favori, ci mettevamo a disposizione quando aveva problemi”.

Gli fa eco un altro collaboratore di giustizia, Mattia Pulicanò, secondo cui: “Due poliziotti penitenziari erano a ‘nostra’ disposizione per fare entrare in carcere biglietti e comfort (nello specifico: dolci, mp3, orologi e profumi) ovviamente senza passare per i ‘canali’ ufficiali”. Prima di essere arrestato, nel 2009, Pulicanò era inserito nella cosca Lanzino-Rua e gestiva una squadra di pusher che dovevano continuare a versare soldi al clan: “Luigi ha portato all’esterno un elenco contenente i nominativi di tutte le persone che spacciavano, per mio conto, e quindi le somme di denaro, provento dello spaccio, dovevano rientrare nella bacinella”.  Per quanto riguarda l’altro agente penitenziario arrestato, Giovanni Porco, il pentito Luca Pellicori ha dichiarato a verbale: “So che portava la droga in carcere a Salvatore Pizzuti (un detenuto, ndr) e questo lo so perché quando ne ero sprovvisto lui ne dava parte a me. Quando non ne aveva mi diceva che ancora l’assistente Porco non gliel’aveva portata”.

Ma non solo: “Abbiamo fatto arrivare uno spray a Roberto Porcaro (un altro soggetto legato alla cosca, ndr) per fargli alterare il timbro di voce e, quindi, falsare una consulenza fonica in ordine ad una ‘intercettazione’ riguardante l’operazione ‘Terminator 4’”. Lo stratagemma funzionò e la perizia “gli fu favorevole”. Per il perito nominato dal Tribunale “non era possibile effettuare una comparazione fonica con la voce del Porcaro” e quest’ultimo – ricorda il gip nell’ordinanza – “fu assolto per un tentativo di estorsione che egli avrebbe commesso, secondo l’accusa mediante minacce telefoniche all’indirizzo di un imprenditore edile”. Ancora più surreale il racconto del pentito Ernesto Foggetti: “Dal carcere di Cosenza sistematicamente si poteva comunicare con l’esterno, parlando dalla finestra e la Polizia penitenziaria ne era consapevole. A volte avvenivano anche feste con fuochi d’artificio sotto la finestra. I detenuti che comandavano sceglievano le celle ubicate nella parte in cui era più facile comunicare con l’esterno. Anche io ho avuto modo di comunicare con l’esterno dalla finestra”.

“È evidente – scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – che si tratta di attività oggettivamente tese a rafforzare la struttura organizzativa del sodalizio. Non c’è dubbio che con tali condotte le consorterie Perna, Ruà-Lanzino-Patitucci, Rango-zingari, Bruni-zingari abbiano ricevuto un contributo notevole finalizzato alla realizzazione dei rispettivi programmi criminosi”.

“Questa indagine fa parte di quel pacchetto di inchieste ferme e dimenticate alle quali nessuno aveva messo mano su fatti avvenuti anche 5 o 6 anni fa”. È il commento del procuratore Nicola Gratteri durante la conferenza stampa tenuta a Catanzaro. “Sono fatti gravissimi avvenuti all’interno del carcere di Cosenza. – aggiunge il magistrato – Siamo riusciti a dimostrare che c’erano uomini della polizia penitenziaria infedeli e ad azzerare una gestione di corruttele”. Una gestione che, secondo Gratteri, andava avanti “da almeno 10 anni”. “Le prove, per cui il gip oggi ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare, già c’erano da tempo. – ha concluso il procuratore –  Vorrei capire chi non ha controllato o se qualcuno ha chiuso un occhio nella gestione allegra che ha consentito ai detenuti di fare i loro comodi”.

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