Ma vi ricordate di Matteo Salvini a capo della Commissione europea? Sembra passato un secolo. Eppure. Eppure era meno di un anno fa: la Lega, stando ai sondaggi, aveva già superato e staccato il M5s e il leader del Carroccio pareva l’uomo in grado di ribaltare il tavolo dell’Europa – così risoluto, così temuto – alla guida di un fronte sovranista già inquadrato come la “ondata nera che si prenderà il Vecchio Continente”. A ottobre, in un’intervista a la Repubblica, lui stesso aveva espresso il desiderio di candidarsi. “Ci penso”. Per i leghisti era già “il sogno di una nuova Europa” (Lorenzo Fontana). In mezzo, la copertina del Time che recitava “The new face of Europe”, gli incontri con Steve Bannon e coi leader dei partiti euroscettici.

Col passare dei mesi, però, qualcosa è cambiato. Il “ci penso” di Salvini è diventato “non ho tempo per queste cose” e la marea populista è stata ridimensionata. Lo stesso leader della Lega, nella manifestazione a Milano, ha giocato a fare il moderato: “Gli estremisti sono quelli che governano l’Ue oggi”. Poi, le elezioni del 26 maggio, in cui il Carroccio è stato l’unico partito, insieme a Fratelli d’Italia, a trionfare. E io, in questo mese e poco più, devo essermi distratto. Perché ho scorso i nomi di chi siederà nei principali organi di potere dell’Unione europea e, giuro, quello di Matteo Salvini non l’ho trovato. Ma non ho trovato nemmeno quello di un leghista o di un euroscettico.

Alla Commissione la delfina di Angela Merkel, Ursula Von der Leyen; alla Bce, la numero uno del Fmi, Christine Lagarde; al Consiglio europeo, il liberale Charles Michel; Alto rappresentante, il socialista Josep Borrell; a capo del Parlamento europeo, l’altro esponente della famiglia euroepa dei socialisti, David Sassoli. Dunque, ricapitolando: due donne, “rigoriste” ed europeiste, una tedesca e una francese, alla guida delle due principali istituzioni dell’Ue a cui si aggiunge un liberale che coordinerà i lavori di capi di Stato e di governo; in più, un socialista per gli Affari esteri che non ha esattamente il profilo di chi vuole porti chiusi, recinzioni e muretti. E, dulcis in fundo, sulla poltroncina centrale di Strasburgo uno dei più convinti sostenitori, già dalla prima ora, del Partito democratico.

E Salvini alla Commissione europea? Non c’è. E parte della colpa è nostra. Nostra, di noi giornalisti. Che insieme a commentatori e analisti seguiamo, da una parte, il più insignificante alito di certi politici (Salvini in testa, of course) e, dall’altra, vogliamo il “titolone” a tutti i costi (“L’ondata nera che fa tremare l’Europa” e via discorrendo). Ma Salvini alla Commissione europea no, non c’è. Per la verità non c’è nemmeno ai vertici con gli omologhi dei Paesi membri quando si parla di gestione dell’immigrazione (assente in sei sedute su sette). Un po’ come i leghisti nelle 22 sedute sulla riforma del trattato di Dublino. Un po’ come quando era europarlamentare (presente al 18% dei lavori in Aula). Insomma, almeno è coerente: l’Europa non gli piace e si guarda bene dal frequentarla. Perché è più facile avere un’Europa “nemica” contro cui puntare il dito e allargare il proprio consenso.