Da un lato è vero che i cattolici praticanti italiani che sono andati recentemente alle urne hanno votato in maggioranza per la Lega. Dall’altro, però, non si può più negare che le parrocchie della Penisola sono frequentate ormai da molto tempo da numerosi migranti che ricoprono anche ruoli importanti nella pastorale, come del resto è giusto che sia. “Tanto al Nord come al Sud, molti fedeli stranieri hanno ruoli attivi nelle comunità dove si sono inseriti: sono catechisti, animatori liturgici, membri dei consigli pastorali, i bambini servono all’altare come chierichetti, partecipano alla vita degli oratori, sono latinoamericani, filippini, polacchi, indiani… che dunque non vanno in parrocchia solo per chiedere aiuto, ma per aiutare, per vivere i sacramenti con tutta la comunità, mostrandoci il volto universale del cattolicesimo”.

A scriverlo è monsignor Agostino Marchetto, arcivescovo e segretario emerito del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Le riflessioni del presule sono raccolte nell’interessante volume Chiesa e migranti. La mia battaglia per una sola famiglia umana (La Scuola), un libro intervista scritto a quattro mani con lo storico Marco Roncalli. Un testo pubblicato molto prima che Matteo Salvini arrivasse a ricoprire ruoli di governo, benché Marchetto sia noto per aver polemizzato con la Lega di Umberto Bossi e Roberto Maroni. Ovviamente il terreno dello scontro furono proprio i migranti e in particolare i respingimenti in mare. Ma l’allora portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, sconfessò quelle parole, benché pronunciate dal numero due del dicastero della Santa Sede che allora si occupava dei migranti, bollandole come una posizione personale.

Non a caso un capitolo del libro intervista di Marchetto si intitola “La Santa Sede, la Lega…” e ha come sottotitolo “Un vescovo sotto fuoco amico?”. “Quando però mi si accusa di ‘pregiudizio politico’ – ribatte il presule – si sbaglia: le mie posizioni non sono questione di partiti, ma di ‘fatti’, di ‘leggi’, ‘decisioni’, da qualsiasi parte provengano. Chi mi conosce, del resto, sa che cattocomunista non sono mai stato e non sono. Ho cercato e continuo a seguire la mia coscienza, illuminata dalla dottrina sociale della Chiesa”. “Che poi – spiega ancora l’arcivescovo – ci siano state anche altissime aperture di credito nei confronti della Lega, pure per la condivisione con la Chiesa di altri traguardi, pensiamo ai cosiddetti valori non negoziabili legati a vita, scuola, famiglia… che ci siano state strategie di riavvicinamento o conversioni, va bene, ma quel che ho detto rimane vero”.

Sul ruolo attivo dei migranti nella pastorale all’interno della Chiesa italiana, Marchetto ricorda anche le “ordinazioni, ad esempio fra gli africani: preti e diaconi. Quanto ai movimenti so che parecchi immigrati fanno il cammino con i Neocatecumenali o partecipano al Rinnovamento nello Spirito. Sono poi al corrente di parroci e cappellani che seguono ragazzi Rom per i compiti scolastici o li accompagnano in vacanza, insegnando loro valori come il rispetto, la solidarietà, l’amicizia, annullando le consuete distanze siderali nei loro confronti”. È assurdo, dunque, chiudere gli occhi davanti a questo fenomeno. Peggio ancora se a farlo sono le gerarchie ecclesiastiche, in particolare quelle della Chiesa italiana. L’integrazione, almeno nelle diocesi e nelle parrocchie della Penisola, è già avvenuta benché paradossalmente proprio i cattolici praticanti non se ne siano ancora accorti; o peggio non lo vogliano ancora accettare, traducendo così il loro malcontento in un voto in favore della Lega, ovvero di quel partito che oggi in Italia rappresenta la politica più intransigente nei confronti dei migranti.

Su quella che debba essere la posizione dei credenti, Marchetto si limita a citare il Catechismo della Chiesa cattolica. “Credo – afferma il presule – che il brano più importante, al numero 2241, sia questo: ‘Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio Paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del Paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del Paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri’. A me – aggiunge Marchetto – pare chiarissimo”. Forse troppo chiaro per essere messo in pratica. A iniziare dai cattolici.

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