E’ una notizia di qualche giorno fa che 10 città europee si sono rivolte all’Unione Europea perché faccia qualcosa per contenere l’invasione degli affitti per i turisti gestiti da Airbnb. Le dieci città, Amsterdam, Barcellona, Berlino, e altre credono che le case dovrebbero essere utilizzate prima di tutto per vivere, ma la competizione con i turisti causa l’aumento dei prezzi degli affitti e il risultato è di cacciar via gli abitanti dai centri storici.

Dalla lista delle città manca qualcosa: le città d’arte italiane, principalmente Venezia, Roma e Firenze. Eppure, è difficile pensare che non siano toccate da questo problema, come Fiorentino, mi rendo conto bene del problema del caro-affitti – anche troppo bene! Ma, evidentemente, nelle città d’arte, il turismo come risorsa economica è ormai completamente integrato a tutti i livelli della società. Talmente integrato che l’idea che si dovrebbe o potrebbe fare qualcosa per garantire ai cittadini il diritto di abitare nella loro città è un concetto quasi totalmente assente nel dibattito politico corrente.

Su questo punto, mi permetterò di far notare il problema detto “la malattia olandese”. E’ quello che succede quando un sistema economico viene a basarsi sullo sfruttamento di una singola risorsa naturale: in italiano diciamo “mettere tutte le uova nello stesso paniere”. Tipicamente, è il caso del petrolio: quando l’esaurimento comincia a ridurre la produzione, sono grossi guai. E’ quello che è successo in paesi come la Siria, lo Yemen, il Venezuela, e altri.

Anche i turisti si possono considerare come una risorsa naturale. In Italia, si parla di un introito derivante dal turismo intorno ai 40 miliardi di euro all’anno, circa il 2,5% del Pil, diciamo che potremmo sopravvivere anche senza. Ma il caso è diverso per le città d’arte che ormai si trovano a dipendere dal turismo più o meno come l’Arabia Saudita dipende dal petrolio. A Firenze, non conosco nessuno sotto i 40 anni che non sia a) disoccupato, b) precario all’università o c) impiegato nell’industria turistica, cameriere, cuoco, portiere d’albergo, eccetera. La terza categoria è quella più numerosa. Togliete i turisti ed è il disastro.

E’ possibile che le città turistiche italiane vadano incontro a un destino tipo quello dei vecchie città minerarie del Far-West, abbandonate dopo l’esaurimento delle miniere che le avevano create? Mi posso immaginare svariati scenari che potrebbero avere questo effetto. Per esempio, poco più di una settimana fa siamo andati a un passo dalla guerra nella zona dello stretto di Hormuz dove passano le petroliere che portano il 20% del petrolio mondiale. Se la guerra scoppiava davvero, quel traffico avrebbe potuto essere interrotto con le conseguenze che vi potete immaginare per il trasporto mondiale. E poi, se vogliamo fare qualcosa di serio per contrastare il riscaldamento globale, dobbiamo deciderci a ridurre certi consumi petroliferi, inclusi i viaggi aerei non indispensabili. Ma potrebbe anche arrivarci addosso di nuovo una crisi finanziaria come quella del 2008. Oppure, semplicemente, i turisti potrebbero accorgersi che la Firenze che visitano non è più una città, ma un parco dei divertimenti un po’ più costoso e affollato di altri e decidere di spendere i loro soldi altrove.

Insomma, il turismo è una risorsa, sì, ma una risorsa fragile, soggetta alle oscillazioni e alle interruzioni che possono venire da crisi politiche, economiche, o militari. Eppure, sembra che tutto si faccia come se potessimo continuare all’infinito ad aumentare il numero di turisti che arrivano in una città di dimensioni finite. Non so cosa ne pensate voi, ma l’altro giorno mi sono fatto un giretto nel centro di Firenze e questo mi ha dato una nuova percezione di un concetto che avevo studiato al liceo: quello della “Bolgia Dantesca”. Come diceva l’economista Herbert Stein, “Se qualcosa non può continuare per sempre, si fermerà”. Ed è quello che deve succedere, prima o poi, anche al turismo.

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