Molti di noi, quando hanno a che fare con la storia, pensano che sia una narrazione statica e immutabile (quello che è successo è successo, amen). Qualcuno cita la celebre locuzione “historia magistra vitae”, in realtà frutto della contrazione di un concetto ciceroniano meno stringato; i più pop ricordano che “la storia siamo noi, nessuno escluso”, verso di degregoriana memoria. Per il resto, ci resta soprattutto il ricordo di “antiche”, talvolta soporifere, lezioni scolastiche (in qualche caso universitarie). Pochi – a parte gli appassionati e gli addetti ai lavori – sono consapevoli del fatto che, come ha scritto lo storico Fernand Braudel, “la storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente”.

Ho pensato a Braudel partecipando, in questi giorni, al terzo congresso italiano di Public History, organizzato a Santa Maria Capua Vetere e a Caserta, ospite dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. La Public History già da tempo gode di considerazione negli Stati Uniti, dove è nata alla fine degli anni Settanta. In Italia è nota da pochi anni e troppo spesso viene ancora sottovalutata negli ambienti accademici; l’Associazione italiana di Public History (AIPH) – formata da professori universitari e da professionisti nel campo della cultura e della divulgazione – però la sta divulgando, anche attraverso una serie di convegni, come quello in corso.

Che cos’è questo ramo della storiografia? Ecco la spiegazione fornita da Serge Noiret, professore a Firenze (European University Institute) e presidente dell’Aiph: “Fare Public History oggi non significa solo insegnare o divulgare un certo tipo di storia concretamente applicata ai problemi dibattuti oggi nell’arena pubblica, con l’aspirazione di raggiungere un ampio pubblico. Significa anche fare una storia in contatto diretto con l’evoluzione della mentalità e del senso delle appartenenze collettive delle diverse comunità, che convivono all’interno dello spazio nazionale e nel villaggio globale, e valorizzare lo studio delle loro identità”.

Pure in Italia è stato deciso dall’Aiph di adottare il termine in lingua inglese per evitare un equivoco legato, guarda caso…, alla nostra storia. Si tende infatti a confondere la “storia pubblica” con l’uso pubblico della storia per fini politico-ideologici, per cui viene reinventata a piacere per scopi che interessano questo o quel partito politico: è il caso – per fare un esempio vicino ai nostri tempi – dell’invenzione delle inesistenti radici storiche di una inesistente Padania (a sua volta inventata a tavolino dalla “vecchia” Lega Nord di Umberto Bossi) o del tentativo di spacciare per “buone” le scelte del regime fascista, come si sente spesso in ambienti della nuova Lega salviniana e non solo. Cosicché in Italia è ancora diffusa la tendenza a confondere la public history con il “cattivo uso” della storia a fini “revisionisti”.

La “Public History”, nella definizione statunitense, è invece una concezione della storia concepita per essere offerta a un vasto pubblico di non addetti ai lavori, per mezzo di media vecchi e nuovi. Inoltre, esprime anche la voglia, pure da parte di chi sta alla larga dai circoli universitari, di capire più in profondità i problemi del presente alla luce della loro storia. Una disciplina, insomma, che dovrà e potrà entrare nei programmi didattici universitari e scolastici. Però è anche un metodo che può consentire a tutti di comprendere quello che succede, permettendo di smascherare chi tenta – come è capitato spesso dall’Ottocento a oggi – di propinarci una falsa “storia di partito” o, peggio, “di regime”, per fare passare scelte politiche più o meno sciagurate. Di certo a nessuno sfugge quanto questo tentativo di manipolazione sia di attualità nel nostro confuso e incattivito Paese.

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