La Camera ha approvato il decreto legge crescita sul quale il governo aveva posto la fiducia con 270 voti favorevoli, 33 contrari e 49 astenuti. Se le opposizioni fossero state presenti al completo a Montecitorio, i favorevoli non sarebbero stati sufficienti all’approvazione: i gruppi che si erano dichiarati contrari al provvedimento raccolgono infatti 288 deputati. Ma al momento del voto hanno espresso parere contrario in 33 contrari e 49 si sono astenuti, mentre in molti – complice il venerdì pomeriggio – erano assenti. Il testo è tornato in Aula dopo l’approvazione di una decina di modifiche in commissione e il voto sulla fiducia chiesta dall’esecutivo. Ora dovrà passare al Senato ed essere convertito in legge entro il 29 giugno, pena la decadenza. Stralciata, dopo le polemiche, la norma che trasferiva la titolarità dei Fondi sviluppo e coesione alle Regioni.

Nei documenti di lavoro preparatori delle sedute della commissioni sul decreto Crescita c’era uno stop della Ragioneria alla riformulazione dell’emendamento che trasferiva alle Regioni la titolarità dei fondi per il Sud. Nelle sue osservazioni alla griglia degli emendamenti la Ragioneria notava che il ciclo di programmazione 2021-27 non è né “avviato né tantomeno finanziato con risorse statali” e quindi anche le modalità della sua gestione potevano essere “più utilmente e organicamente definite” in avvio della nuova programmazione. In più la norma era “genericamente formulata”, e, si legge nel documento di lavoro, “non si comprende cosa si intenda” con l’espressione “titolarità e gestione delle risorse”.

Nato come un maxi-omnibus, il decreto è uscito più che raddoppiato dall’esame delle commissioni, con l’aggiunta di oltre 60 articoli senza contare le modifiche alle materie proposte inizialmente nei 50 articoli del governo. Molte delle novità sono legate al travaso della proposta di legge parlamentare sul fisco, già approvata in Aula. Ma si affrontano i temi più disparati, dal salvataggio di Radio Radicale fino alla manutenzione delle casette dei terremotati e ai fornitori di Mercatone Uno. Tra le novità ci sono l’estensione agli sportivi professionisti, come i calciatori, dello sconto pensato per i cervelli che trasferiscono la residenza in Italia. Arrivano poi l’estensione del bonus per l’acquisto di veicoli elettrici includendo anche le minicar, la stretta sugli affitti abusivi delle case vacanza, il taglio strutturale dei contributi Inail ma a partire dal 2023. Viene anche introdotto il nuovo contratto di espansione con la possibilità per le imprese di dare uno “scivolo” ai lavoratori distanti fino a 5 anni (non 7 come nella prima versione) dalla pensione.

Ricco il pacchetto bancario: arrivano novità per i risparmiatori in attesa dei rimborsi, che saranno celeri con corsia preferenziale se si tratta di assegni sotto i 50mila euro. Più ampia la platea di chi potrà accedere al Fir, visto che non si calcoleranno nei limiti reddituali (35mila euro) eventuali rendite da fondi di previdenza complementare e non incideranno sul patrimonio mobiliare (tetto a 100mila euro) le polizze vita. Arriva poi l’annunciata proroga per la garanzia dei bond emessi da Banca Carige, valida fino a fine anno in attesa che si trovi un acquirente. Niente da fare invece per lo sconto fiscale immaginato per l’istituto ligure. Arriva comunque un ritocco alla disciplina delle Dta ma per incentivare le aggregazioni, e non solo delle banche, al Sud. Lo sconto servirà quindi per dare una mano alla Popolare di Bari. Tra le proposte del Carroccio approvate in materia finanziaria anche lo sconto fiscale per chi investe in Eltif, i nuovi fondi di investimento europei a lungo termine, e la possibilità per la Consob di fermare più facilmente i trader online abusivi, chiedendo direttamente agli operatori di staccare la connessione a internet.

Altro pacchetto corposo quello per le imprese, con l’Imu sui capannoni che diventerà deducibile per intero dal 2023 e l’Ires che sarà ridotta al 20% sempre dallo stesso anno. C’è un pasticcio invece sul taglio dell’Inail, che la Lega vuole trasformare in strutturale, pescando però le coperture dal Fondo per il reddito di cittadinanza. La scelta non piace ai 5 Stelle e il risultato alla fine è un cambio di copertura e una misura che diventerà sì strutturale, ma con un ‘buco’ nel 2022 in cui le tariffe non saranno più a sconto di 600 milioni. Salvo nuovo ulteriore intervento, pure promesso, con la prossima manovra.

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