La metafisica dell’illimitatezza propria del turbocapitale si pone, in pari tempo, come pratica dello sconfinamento permanente: nel quadro del nuovo disordinato ordine no border, ogni confine materiale e immateriale viene oltrepassato, affinché si annulli ogni linea divisoria tra ciò che è interno e ciò che è esterno rispetto all’ordine capitalistico mondializzato e al “continente invisibile” della finanza planetaria.

Secondo il rilievo dei Grundrisse marxiani, “il capitale deve combattere per abbattere ogni barriera spaziale ai rapporti, allo scambio per esempio, e conquistare il mondo intero per il suo commercio”. Deve, cioè, unificarlo sotto il segno della forma merce e del nesso utilitaristico tra monadi insocievolmente socievoli e “senza finestre”.

Sul piano simbolico, la prassi dello sconfinamento capitalistico è legittimata mediante la subcultura della narrativa hollywoodiana no border e la convergente demonizzazione integrale dell’idea stessa di confine. Quest’ultimo viene presentato come inevitabilmente autoritario ed escludente, nella rimozione integrale della sua valenza protettiva di difesa dei diritti rispetto all’offensiva della violenza mondialistica. La desovranizzazione capitalistica richiede necessariamente l’abbattimento dei confini e delle frontiere, di modo che sia, eo ipso, annullata la possibilità politica di intervento nei territori e si imponga un modello unico indistinto, senza barriere reali o simboliche.

Secondo la logica duale e polemologica della società alienata, l’aggressore mondial-capitalista ravvisa nei muri protettivi, nei confini e nelle frontiere altrettanti ostacoli che debbono essere abbattuti in vista dell’invasione del territorio scelto per l’opera predatoria. Quelli che per l’aggressore sono ostacoli dovrebbero, a rigore, essere difesi come protezioni da parte dell’aggredito, ossia dal Servo precarizzato (il polo dominato). Questi, invece, tende anch’esso a combatterli come ostacoli, giacché il suo immaginario è stato colonizzato dalle mappe categoriali del proprio nemico di classe. L’ordine del discorso delegittima aprioricamente l’idea stessa del confine abbinandola a quella sua iperbole negativa che è la barriera invalicabile. Contro questa falsa identificazione, giova ristabilire, con Kant, la distinzione tra una “barriera invalicabile” (Schranke), che divide ermeticamente senza poter essere attraversata, e un “confine” inteso come “limite” (Grenze) valicabile secondo regole.

A differenza della barriera, che solo chiude e nega connessioni, il limite è ciò che si affaccia da una parte e dall’altra: non impedisce l’attraversamento, semplicemente lo regola e lo controlla, facendo sì che tra le due realtà separate dal confine non si crei indistinzione e l’una non occupi lo spazio dell’altra. Sotto questo profilo, il confine come frontiera e come limite non nega il transito, ma evita le invasioni. Non impedisce le relazioni, ma opera affinché non diventino sopraffazione. Non interdice il nesso tra i differenti, ma fa in modo che non si perdano le frontiere che li separano, rendendoli non identici.

In nome della libera circolazione delle merci, il discorso del cosmopolita ha per presupposto fondamentale l’abbattimento di ogni frontiera e di ogni limite. In questo modo, il mondo come pluralità di differenze demarcate da confini si ridefinisce come un unico mercato sconfinato: nel suo spazio globale, tutto circola senza impedimenti e, con i confini, spariscono le demarcazioni che differenziano le realtà. Tutto diviene indistintamente il medesimo. Sosteneva Orazio, nelle Satire (I, 1, vv. 106-107), che tutte le cose hanno in sé un limite (est modus in rebus) e che “sono ben definiti i confini” (sunt certi denique fines): il globalismo mercatistico procede neutralizzando, in un unico movimento, limiti metafisici e confini geografici, misure morali e frontiere del diritto.
In assenza dei confini, non si produce la libertà di movimento delle persone, ma la loro circolazione necessitata sotto forma di merce (dalla fuga dei cervelli alle immigrazioni di massa e alle delocalizzazioni infelici). Non si determinano il confronto tra i diversi e la relazione tra i distinti, ma l’omologazione sconfinata e l’indistinzione generalizzata.

Coessenziale alla logica del capitale, lo sconfinamento – come anche ha mostrato Régis Debray nel suo Éloge des frontières (2010) – si realizza appieno mediante l’abbattimento di ogni frontiera che ostacoli la libera circolazione e l’apertura integrale del reale e del simbolico ai processi di “inglobalizzazione” o, come li ha qualificati Peter Sloterdijk in Sfere, di “ingresso nello spazio omogeneo” del mondo unificato sotto il segno della reificazione. Ciò vale, in generale, per l’immaginario e per le sue “frontiere” morali e religiose. Esse vengono annichilite in nome di una open-mindedness che, abbandonando ogni confine identitario e ogni barriera critica, favorisce in astratto la “libera circolazione delle idee” e, in concreto, la colonizzazione dell’immaginario da parte del capitale subculturale legato all’omologazione tecnonichilistica del nuovo ordine mentale.

Ma vale, in egual misura, per le frontiere materiali connesse con l’esperienza della statualità nazionale. La desovranizzazione e la spoliticizzazione, nel loro nesso simbiotico, si attuano mediante lo sconfinamento e la decostruzione delle frontiere. I tecnocrati degli spazi cosmopolitizzati abbattono ogni muro e ogni barriera alla libera circolazione: e, insieme, erigono muri sempre più alti e barriere sempre più invalicabili tra i dominanti e i dominati, tra i primi e gli ultimi. Per poter agire, la politica necessita sempre di una sovranità limitata nello spazio e, dunque, di un territorio con precisi confini in cui essere radicata: l’idea di una politica globale o di una sovranità planetaria è, di fatto, una contraddizione in termini, giacché la politica e la sovranità sono strutturalmente operative entro spazi delimitati e definiti, separati rispetto ad altro. Senza confini, non v’è democrazia. V’è solo sopraffazione a opera del più forte.

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