“Se davvero un’altra nave saudita dovesse tentare di attraccare a Genova troverà un’altra mobilitazione per impedire di caricare il materiale lasciato a terra e destinato alla Guardia Nazionale impegnata nella guerra allo Yemen”, questa la conclusione della lunga assemblea di ieri sera, convocata dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali che ha visto la partecipazione di decine di persone in rappresentanza dei camalli e della rete contro la guerra che già si è mobilitata lo scorso 20 maggio. Al momento c’è solo un appuntamento provvisorio, per lunedì all’alba, in attesa di conferme sul tragitto che si definirà nei prossimi giorni e che, a oggi, prevede per le sette del mattino del 17 giugno l’arrivo a Genova della nave saudita Bahri Jazan, che avrebbe l’intenzione di imbarcare la merce destinata alla Guardia Nazionale dell’Arabia Saudita rimasta a terra in seguito del boicottaggio e dallo sciopero dei lavoratori indetto dalla Filt Cgil poche settimane fa.
Quella in atto in Yemen viene definita dall’Onu “la più grande catastrofe umanitaria al mondo”, con decine di migliaia di vittime accertate dal 2015, continui attacchi ai civili e bombardamenti. Proprio per questo, però, è la principale destinazione delle armi americane, francesi e italiane, che hanno visto quadruplicare i loro affari e, a oggi, sono state autorizzate dai rispettivi Stati.
I generatori elettrici che ora si trovano fermi nei magazzini del porto, sono destinati alla Guardia Nazionale Saudita, come ammette la stessa azienda, quello che ieri è stato dimostrato invece dal coordinatore scientifico dell’Opal, Carlo Tombola – carte alla mano – è che quest’ultima milizia delle forze armate è impegnata in prima linea nella guerra in Yemen con oltre 30.000 uomini, “che necessitano esattamente di quel materiale per condurre le attività al fronte“. Doveva essere chiaro anche all’azienda che li ha venduti, visto che ha chiesto (e ottenuto) l’autorizzazione prevista dalla legge da parte del governo per vendere armi, “una procedura molto costosa, lenta e non semplice” che difficilmente si può immaginare che qualcuno possa fare per “scrupolo”, coinvolgendo sette Ministeri e un’infinità di passaggi burocratici. Da un punto di vista formale si tratta di un export di materiale autorizzato dal Ministero degli Esteri proprio per uso militare, perché nonostante la legge 185/1990 vieti il commercio di armi con Paesi in guerra, i governi che si sono succeduti non hanno ancora bloccato la vendita di materiali bellici alla coalizione militare capeggiata dall’Arabia Saudita.

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