No alla plastica, no agli imballaggi in plastica. La crociata lanciata da Zero Waste contro l’overdose di confezioni plastificate e sostenuta, a colpi di hashtag #boicotalplastic, dall’associazione Slowfood è diventata una vera e propria sfida social di selfie e sorrisi, abbracciando acquisti senza imballaggio. La voglia dell’apparire affianca la coscienza ecologica. Anche io mi riprometto di fare uno shopping plastic free. L’impresa è ardua. Tutto è confezionato con plastica: shampoo, sapone, detergenti, detersivi, dischetti struccanti, dentifricio, i contenitori di frutta, carne, pesce, formaggio sono in polistirolo. Mi sento impotente come Davide contro il gigante Golia. Compro una tavoletta di cioccolato fondente, felice di aver trovato il mio prodotto senza plastica. Povera illusa: lo apro e dentro è avvolto in una protezione plasticata. Vado in un negozio bio e compro del tè sfuso (portando da casa un piccolo contenitore di latta) e una manciata di mandorle a peso servite in una bustina di carta.

Chiedo a qualche amico come hanno rispettato il Boycott plastic for one week perché ovvio che il movimento sull’onda “siamo tutti ‘gretini'” sia rimbalzato anche all’estero. Proprio come è accaduto qualche mese fa con “Trash Challenge”, che invitava gli adolescenti di tutto il mondo a scegliere un luogo sporco e a ripulirlo dai rifiuti. Lo chiedo al filantropo/ambientalista Amedeo Clavarino, proprietario dell’ecoresort “Maloja Palace” in Engadina. Lui compra solo acqua in bottiglie di vetro. Pochi sanno che il calore del sole può alterare il contenitore in Pet (ovvero la bottiglia di plastica) e potenzialmente contaminare l’acqua. Pochi ricordano che l’anno scorso la Corte di Cassazione ha condannato un commerciante che aveva accatastato confezioni di acqua minerale all’esterno di un deposito in Sicilia, nel periodo estivo, in pieno giorno. E che i Nas continuano a sequestrare in tutt’Italia centinaia di bottiglie lasciate al sole.

Lo chiedo a Stefano Pierini, imprenditore marchigiano. La sua azienda, la Stelmar, da anni investe in nuovi materiali per il packaging ecosostenibile e biocompostabile. Per scatole e cartellini per l’abbigliamento utilizza solo carta e cartone riciclabili che rispettano i criteri della normativa Fsc. Per la stampa dei logo solo vernici con solventi ad acqua e non chimici. E realizza etichette con filati poliestere riciclati e/o rigenerati derivanti dal riciclo delle bottiglie Pet a km zero.

Lo chiedo a Laura Valente, presidente della Fondazione Donnaregina, ieri al cocktail inaugurale della mostra di Pier Paolo Calzolari al museo Madre, ha chiesto espressamente al catering di non usare plastica monouso.

Lo chiedo a Roberta Buccino, organizzatrice di eventi: lei la raccolta differenziata la fa sul serio e in maniera corretta (a Napoli non tutti la sanno ancora fare) e ai suoi ricevimenti usa solo stoviglie biodegradabili.

Lo chiedo all’artista Anne de Corbuccia che denuncia con i suoi scatti, dall’Antartide all’Himalaya, gli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici su paesaggi terrestri e marini paradisiaci. E ricorda i dati di Scientific Report: una grande isola di plastica, un ammasso di 80mila tonnellate di plastica, una superficie grande tre volte la Francia, ondeggia tra la California e le Hawaii. E il 10 giugno alla Galleria Brun Fine Art di Palazzo Larderel a Firenze inaugura la sua mostra/installazione “One planet one future” per documentare quello che abbiamo perso e che non recupereremo più.

Adesso un’ultima domanda: che cosa siamo disposti a fare, ognuno di noi, per ridurre l’uso “infestante” e devastante della plastica?

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