“L’autorevolezza di un governo si basa su competenze ed esperienza politica” e allora il Movimento 5 Stelle va a lezione di problem solving.

Non sto lanciando una notizia, né tantomeno una provocazione. Il mio è un invito. Luigi Di Maio, nel momento peggiore del suo partito, dimostri di conoscere quantomeno la metodologia del problem solving. Da quando ho abbandonato le banche, mi occupo di consulenza aziendale e posso assicurarvi che un capo deve avere consapevolezza dei problemi: la sua stessa vita è caratterizzata dalla costante soluzione di questi. Bene, i pentastellati sono pieni zeppi di problemi e o fanno finta di non vederli o, ancora peggio, davvero non se ne rendono conto. Il partito del cambiamento ha perso sei milioni di voti: solo meno della metà di chi aveva votato nel 2018 i pentastellati ha confermato il proprio consenso, mentre un voto su quattro di quegli elettori è andato a Matteo Salvini.

Tutto questo perché il leghista ha giurato su Maria? Non cadiamo nel ridicolo. Di Maio dice di essere stato penalizzato dall’astensionismo. Per favore. È così difficile rendersene conto? E’ cosi difficile capire perché i comunisti sono diventati fascisti? Sì, perché tra i milioni di persone che hanno votato Lega c’è sicuramente chi in passato ha votato Pci, Pd, Psi. I comunisti sono diventati fascisti perché hanno capito il vero punto di forza (in questo caso punto debole) del Movimento: una grande abilità nel dichiarare i problemi, non seguita da quella di risolverli. I problemi si risolvono con competenza ed esperienza. Il Movimento 5 Stelle non è scolarizzato, è inesperto, non ha la struttura per mantenere ciò che promette, la tempra e la personalità per opporsi ai coinquilini di legislatura.

Tra i sei milioni di elettori persi ci sono i truffati dalle banche, ci sono quelli che credevano finalmente di vedere facce pulite negli organi di controllo, c’è chi ci aveva sperato. Queste erano le premesse e le promesse. Ma i risultati sono deludenti. I proclami del contratto di governo sono scomparsi dai radar mediatici. Tema malafinanza: l’unico strumento utilizzato per calmierare la delusione dei cittadini in merito è stata la dilazione. La tutela dei risparmiatori è stata rafforzata? Chiedetelo ai rappresentati delle associazioni dei truffati dalle banche fallite, hanno ricevuto tanti inviti a sedersi ai tavoli e hanno ricevuto tante e grosse rassicurazioni. Riforma delle banche di credito cooperativo, cosa è cambiato? Nulla.

Per quanto riguarda una maggiore responsabilizzazione del management bancario e delle autorità di controllo? Niente, anzi a Natale le banche hanno ricevuto due regali: deroga del rispetto dei principi contabili internazionali Ifrs 9 e sterilizzazione dell’effetto spread, che (in pratica) legittimano il falso in bilancio.

Nulla di fatto anche per i parametri dei protocolli di rating di Basilea, così come non è mai nata la Banca per gli investimenti e lo sviluppo economico delle imprese italiane, che tra l’altro avrebbe dovuto essere cardine per la lotta al sacco bancario. Nessun inasprimento delle pene per i fallimenti dolosi, nessuna revisione della normativa antiriciclaggio e dei processi interni delle banche che occultano ingenti patrimoni derivanti dall’evasione fiscale del clero, dei commercianti cinesi e degli speculatori immobiliari.

Tutti questi punti non sono stati trattati a caso. Non sono stati trattati da loro, quelli che li avevano inseriti nel programma finanziario. Non hanno rispettato le premesse e le promesse. Non hanno rispettato gli italiani. Lo si era capito da subito, quando quanto ritenuto d’importanza vitale in tema di economia e di banche fu destinato nelle mani del professor Paolo Savona. Rappresentante di tutto ciò che volevano combattere.

Chiudiamo il cerchio. Vadano a lezione, mascherino l’inesperienza con la competenza. Se posso, caro Di Maio, le indico un percorso a tappe tipico del problem solving:

1. Identificare e capire i problemi (non è difficile, alcuni li abbiamo già elencati);
2. Analizzare i problemi;
3. Generare soluzioni (molte!), meglio fare che non fare nulla!
4. Valutare la alternative con una analisi costi-benefici (i pro e i contro);
5. Scegliere la soluzione migliore, quella che fa la differenza;
6. FARE, FARE, FARE;
7. Ascoltare i feedback per capire se “quella” era la soluzione migliore.

Ps. Ho visto fior d’aziende chiudere i battenti per non aver affrontato, seppur consapevoli dell’esistenza, i problemi, per non aver lavorato sulle proprie competenze. Non fate lo stesso errore.

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