di Federica Pistono *

Tra le più celebri e brillanti scrittrici libanesi, Hoda Barakat ha vinto quest’anno il Premio Internazionale per la narrativa araba, il 12esimo Arabic Booker Prize, sola donna a esserne insignita insieme alla saudita Raja Alem, che lo ha ottenuto nel 2011 in condivisione con il marocchino Mohammed Achaari. L’autrice libanese ha ricevuto il premio per il romanzo Barid al-Layl (Posta notturna), tradotto in francese da Actes Sud con il titolo Courrier de nuit, un testo breve che affronta il tema dell’incomunicabilità umana in un mondo sovraccarico di mezzi di comunicazione. L’opera dovrebbe presto apparire in traduzione italiana.

Nata nel 1952 da una famiglia maronita originaria del Monte Libano, laureata in Letteratura all’università di Beirut, si trasferisce in Francia nel 1989, proprio sul finire della guerra civile che dilania il suo Paese. A Parigi lavora come giornalista e scrittrice. Nei suoi romanzi, molti dei quali ambientati durante la guerra civile libanese, Hoda Barakat esplora il tema del confine tra lucidità e follia, tra realtà e sogno, nel contesto della violenza di un conflitto.

Nel romanzo Malati d’amore (Jouvence, 1997, trad. S. Pagani), la scrittrice narra la storia di una passione folle, che spingerà i suoi protagonisti verso un destino tragico. La vicenda, raccontata dal personaggio maschile, descrive la guerra civile che lacera Beirut in modo astratto, remoto, mentre il sentimento amoroso non è soltanto dipinto come l’occasione per isolarsi dalla comunità di appartenenza, ma è ricondotto alla sua radice assoluta, il desiderio di morte. La narrazione del conflitto appare come un mezzo che consente all’autrice di indagare e scandagliare le zone più intime e proibite della psiche umana, le pulsioni sepolte nel profondo dell’essere, dove l’amore incontra la follia e la morte. Il dramma del protagonista, ospite “dell’ultimo giardino di Beirut”, un ospedale psichiatrico miracolosamente scampato alla violenza della guerra, è narrato dall’autrice con una scrittura intensa che focalizza l’attenzione sul sentimento di assenza del suo personaggio, sospeso, appunto, tra lucidità e follia.

Nel 2000, Hoda Barakat ottiene il prestigioso letterario “Naguib Mahfouz Medal for Literature” per il romanzo L’uomo che arava le acque (Ponte alle Grazie, 2003, trad. S. Pagani). Ambientato durante la guerra civile libanese, in una Beirut spettrale sconvolta dal conflitto, il romanzo narra la storia di Niqula, un ricco commerciante di stoffe preziose residente nel centro della città. Nella devastazione della guerra, l’uomo ha perduto Shamsa, la sua amante, e l’antico negozio di stoffe ereditato dal padre e dal nonno. Rifugiatosi nel magazzino del seminterrato rimasto inaspettatamente intatto, Niqula, avvolto dalle stoffe sontuose, indifferente all’eco dei combattimenti, racconta la storia della sua famiglia come gli è stata tramandata dal padre, evoca l’immagine della madre bellissima e infedele e quella della donna da lui amata, la curda Shamsa. Le voci dei personaggi si fondono, quelle dei genitori, del nonno e, soprattutto, quella di Shamsa che narra come i suoi siano arrivati a Beirut dal Kurdistan. Nella città in agonia, realtà e delirio si alternano fino a confondersi, travolgendo il protagonista, giacché Niqula è divenuto come l’uomo che arava le acque nella leggenda fenicia: di lui, della sua storia, restano soltanto rovine senza lasciare traccia di sé, come il popolo libanese travolto dalla guerra. I tessuti che circondano Niqula costituiscono una metafora attraverso cui Hoda Barakat ripercorre le vicende umane. Filatura, tessitura e cucito sono l’immagine in cui si riverbera la condizione umana.

Nell’opera Lettere da una straniera (Ponte alla Grazie, 2006, trad. S. Pagani), la scrittrice affida a una serie di articoli pubblicati su un quotidiano arabo tra il 2001 e il 2002 piccoli brandelli della propria storia di esule. Il racconto ruota intorno al difficile rapporto con gli altri emigrati, ma anche al filo della memoria di un tempo passato in cui era ancora possibile vivere nel Paese dei cedri. L’opera costituisce una sorta di diario dell’esilio, cui l’autrice confessa ricordi, speranze e rimpianti di una libanese in esilio, ormai distaccata dalla patria amata e odiata, perduta per sempre fra le rovine della guerra.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba