Chi volesse girare il remake attuale de Il nemico alle porte, il film cult che narrava il duello fra un cecchino russo e uno tedesco durante la battaglia di Stalingrado, dovrebbe partire dal libro Nel mirino, i miei giorni in difesa di Kobane di Azad Cudi (Longanesi editore). Nel 2002 Azad Cudi era un kurdo-iraniano di 19 anni. Durante il servizio militare, lungo un confine, infiltrato dalla guerriglia kurda si rifiuta di sparare sui suoi concittadini e fugge nel Regno Unito, dove lo status di rifugiato gli consente di ottenere la cittadinanza e imparare l’inglese.

Quando inizia la guerra in Siria, prima partecipa a missioni umanitarie, poi si arruola e nel 2014, dopo un addestramento-lampo, diventa uno di 17 cecchini che difendono Kobane, o meglio una striscia di rovine profonda solo 300 metri. La battaglia che segnerà la svolta della guerra contro il Califfato avviene sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo, appollaiate su una collina oltre il confine turco a meno di un km dalla città. “Ci sentivamo come gladiatori nell’arena”, scrive, e sa che i nemici che affronta sono più feroci delle belve. “Capitava che conducessero gruppi di uomini in catene a una rotonda – scrive – li legassero a un palo e li lasciassero esposti al sole affinché morissero sotto gli occhi degli automobilisti di passaggio”.

A Palmira, durante un servizio per Terra!, avevo filmato una delle gabbie di rete metallica in cui venivano rinchiusi i condannati a morte: un patibolo del Medioevo atterrato come un’astronave, a pochi metri dai templi che, prima dell’Islamic State, venivano visitati da milioni di turisti. Azad racconta anche dei compagni catturati e decapitati col coltello, e del terrore di una guerra che non faceva prigionieri.

Combattere voleva dire stare sdraiati intere settimane fra macerie gelate, spiando un’ombra a un km di distanza: “Quando divenni più sicuro imparai a valutare il mio nemico con un unico sguardo – racconta – il portamento, la camminata, se appariva sicuro nell’imbracciare il fucile, se si mostrava cauto, quanto lunga fosse la sua barba. Se vedevo qualcuno camminare con aria distratta, le braccia lungo i fianchi e le spalle rilassate, sapevo di trovarmi di fronte a un uomo che avrebbe commesso un errore e potevo consigliare alla nostra squadra di testa di dirigere il primo attacco sulla sua posizione”.

Il diario a tratti sembra quasi un manuale: “Bagnavamo con l’acqua i fori dai quali sparavamo in modo da non sollevare polvere, rivelando così le nostre posizioni; accendevamo e spegnevamo le luci in stanze che non usavamo e giungevamo persino a usare dei manichini per confondere il nemico. Abbattevo un uomo e aspettavo che qualcuno corresse fuori in suo aiuto, per colpire di nuovo”.

Il racconto è anche il diario di una mutazione. Anche la guerra più giusta ti contamina e la puoi affrontare solo se dentro di te uccidi qualcosa: “Certo, per essere un bravo cecchino bisogna accettare l’idea di spegnere una vita umana”, scrive Azad, che racconta come ha ucciso un combattente dell’Isis che gli stava puntando addosso una Duska, una mitragliatrice pesante: “Non sentii lo sparo, e mi accorsi a malapena del rinculo. Eppure, come se stessi guardando un film muto, vidi l’uomo librarsi improvvisamente in aria, poi volare all’indietro per quattro o cinque metri: vidi l’intera sequenza, e la rivedo ancora adesso”.

Quando la battaglia è vinta, Azad misura l’abisso che la guerra gli ha scavato dentro: “Sentivo che il peso della mia esperienza mi stava schiacciando. Non era la guerra che avevamo programmato, ci era stata imposta, era una realtà ben più grande di noi e la sua immensità avrebbe potuto sopraffare la mia intera esistenza. La guerra infuriava ancora dentro di me”. Come scrive Arturo Pérez-Reverte ne Il cecchino paziente, “Sei giovane solo la vigilia della battaglia. Poi, vinci o perdi, sei invecchiato”.