Sassari 25 maggio 1922, Padova 11 giugno 1984: l’arco temporale in cui si è svolta la parabola terrena di Enrico Berlinguer, grande capo dell’Eurocomunismo e icona di una politica a sinistra che ancora non aveva smarrito il proprio alto senso civile. La biografia di un predestinato, come ricordava l’abituale sarcasmo di Giancarlo Pajetta: “giovanissimo si iscrisse al Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano”.

Nel 1972 viene eletto leader nazionale di un partito che, tra i due “pezzi da novanta” di destra e sinistra interne (il liberal-stalinista Giorgio Amendola e il Pietro Ingrao attratto dal movimentismo), opta per una scelta “centrista”; incarnata al meglio da questo 50enne cultore degli aspetti più rassicuranti dell’ortodossia e dal profilo un po’ grigio del perfetto funzionario gradito alle masse dei militanti.

Eppure il prudente neo-segretario imprimerà un’accelerazione alla linea politica del Pci già l’anno seguente la sua nomina, varando la strategia detta del “Compromesso storico”: una grande alleanza tra le masse popolari cattoliche e comuniste per lottare contro i rischi di involuzioni autoritarie e superare la conventio che dal 1948 escludeva il suo partito dalle possibili alleanze di governo (anche se nelle regioni centrali italiane i comunisti erano stabilmente alla guida delle istituzioni, mentre pratiche consociative vigevano nelle commissioni parlamentari già dagli anni 50). Lanciata con una serie di articoli su Rinascita, la nuova linea affermava esplicitamente di rispondere alle evoluzioni del quadro internazionale; dove faceva da battistrada di quello che sarebbe stato l’ordine reazionario in arrivo, incarnato dal duo Ronald Reagan-Margaret Thatcher, il colpo di stato in Cile, avvenuto l’11 settembre 1973: l’assassinio del presidente legittimo Salvator Allende e l’instaurazione della dittatura del generale fellone Augusto Pinochet.

Eppure, anche nel nuovo scenario era possibile individuare il persistente filo di continuità con la tradizione togliattiana, egemone nella cultura comunista italiana: si governa solo in condominio con i cattolici, garanti degli equilibri sanciti nella spartizione delle sfere di influenza mondiali a Jalta; va respinta ogni velleità radicaloide di perseguire alternative democratiche alla Dc. Scelta indubbiamente coerente con narrazioni e lasciti culturali vigenti in via delle Botteghe Oscure e dintorni. Ma priva di quel respiro necessario per un effettivo rinnovamento della politica nazionale, che iniziava a mostrare forme di incanaglimento in un quadro bloccato: quanto veniva descritto da politologi anticonformisti come “bipartitismo imperfetto”. Che l’onesto ma scolastico Berlinguer stentava a scorgere, anche perché influenzato da un entourage in cui prevalevano i cattocomunisti di Franco Rodano e il loro ecumenismo estraneo a un’idea di democrazia come regolazione competitiva della lotta politica; a partire dal suo segretario personale Antonio Tatò.

Resta il fatto – sconfortante per la sinistra laica-azionista – di una strategia difensiva quando il fronte progressista conosceva la propria massima avanzata elettorale. Difatti i marpioni democristiani incassano i dividendi di questa apertura al buio per uscire dall’impasse e poi liquidano lo scomodo partner varando il Caf, acronimo dell’alleanza tra i campioni del cinismo furbesco – Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani – nell’ultima stagione spartitoria di Prima Repubblica; il saccheggio del pubblico denaro all’origine di quanto diventerà il deficit strutturale dei conti pubblici.

Messo in un angolo da tali volponi, Berlinguer reagirà lanciando la nuova parola d’ordine della “Questione morale”, invisa a un personale politico in via di farsi casta e ormai dedito spudoratamente al carrierismo. Compresi strati dello stesso Pci.

Il 28 aprile 1981, intervistato da Eugenio Scalfari, denuncia “l’occupazione dello Stato da parte di ladri, corrotti e concussi”. Ma ormai è solo una voce testimoniale, uno sconfitto dalla nuova politica rampante che seduce folle crescenti di accaparratori: la futura Italia berlusconiana. Battaglia solitaria che si conclude tragicamente il 7 giugno 1984: colpito da ictus durante un appassionato comizio elettorale a Padova, muore quattro giorni dopo. Con lui si estingue la stirpe dei politici per bene, i Sandro Pertini, gli Alcide De Gasperi. Poco dopo arriverà Tangentopoli con l’indagine di Mani Pulite.