di Paolo Bagnoli

Il risultato delle recenti Elezioni europee ha segnato la ripresa del Pd e conferito al nuovo segretario una legittimità politica più forte rispetto a quella conseguente la sua elezione. Che il Pd, seppur a distanza di dodici punti percentuali, si sia posizionato dopo la Lega è sicuramente un fatto politico rilevante. Tanto più vista la distanza che lo separa dai terzi arrivati, i 5Stelle, di cui è iniziato il declino.

Il ritorno in vita del Pd, tuttavia, non solo non risolve i problemi del partito, ma li rende paradossalmente più pesanti se si considera che la posizione conquistata è segnata da una perdita di oltre 100mila voti ed è stata favorita da un calo dei votanti; naturalmente, anche dal naufragio dei grillini. Considerato che, oltre a questi, anche Forza Italia ha subito un calo non di poco conto – pure per il partito berlusconiano sembra essersi accesa la stagione del liberi tutti – vediamo come il partito di Nicola Zingaretti, che sicuramente ha recuperato qualche cosa da LeU, non abbia attratto consensi – o, se ciò è avvenuto, si tratta solo di numeri marginali – né dalle falle apertasi nei 5Stelle né in Forza Italia di cui hanno, invece, beneficiato Lega e Fratelli d’Italia.

Nicola Zingaretti, anche al fine di tenere unito un partito che non si capisce se riesce a ripensare se stesso, ha innalzato la bandiera dell’alternativa alla Lega. È una bella, incoraggiante speranza, ma come possa realizzarla – essendo una forza al 22%, senza alleato alcuno, contro una Lega al 34% che con il solo partito di Giorgia Meloni, qualora i numeri attuali venissero confermati, può conquistare la maggioranza delle Camere facendo a meno dei berlusconiani – è veramente un mistero.

Ancora: ma come si fa a parlare di ritorno al bipolarismo solo perché il Pd ha superato i 5Stelle? Con la legge elettorale vigente, infatti, il bipolarismo non esiste. Sicuramente, stante la condizione drammatica cui siamo giunti, l’argomento produce un effetto di presa elettorale che può dare dei frutti. Alternativa, tuttavia, significa altro: vuol dire essere nelle condizioni di lottare per sconfiggere l’avversario; un qualcosa che non sta nello scenario di oggi.

L’unica alternativa da cui il Pd può partire è di essere alternativo a quanto è stato fino ad oggi. Il risultato delle Europee può rappresentare una spinta verso una sua strutturazione identitaria e capacità di rappresentanza sociale, sempre che proceda alla costruzione di un blocco sociale di riferimento. Parlare di sinistra è improprio e bugiardo dal momento che i ceti operai votano praticamente in blocco per Salvini il quale è riuscito, con un populismo nazional-popolare, a farsi paladino di coloro che si sentono minacciati ed emarginati nella nostra società. Ha dato sicurezza alle paure trasformandole in un motivo di coesione sociale, al di là delle classi, orientandole verso i nemici che in Europa agiscono contro l’Italia. Salvini ha dato vita a una sorta di nazionalismo di nuovo conio poiché, a differenza di quello tradizionale, non basato sulle presunte superiorità del genio italico, ma solo sulla difesa di ciò che siamo in barba a ogni altra ragionevole considerazione. Da tale punto di vista Salvini non è molto lontano dallo schema di Nigel Farage, ma naturalmente si tratta di due fenomeni completamente diversi.

Nell’immediato, poi, se Zingaretti non salda una volta per tutte i conti con Matteo Renzi, crediamo non possa nemmeno iniziare la sua lunga marcia. La partita, fino al momento ritardata, non appare per niente scontata anche perché Renzi, qualora decidesse di aprire bottega per conto suo, sembra più prossimo a raccogliere quelle fette di elettorato berlusconiano che non se la sentono di andare alla corte del leader leghista. Insomma, i nodi sono molti e ogni previsione sul futuro rischia di avere poco costrutto. Le elezioni anticipate sembrano incombere. Se si arriverà al voto politico in settembre ciò può giovare a Zingaretti. Ma siamo sempre nel campo dell’ipotetico; un campo pieno di insidie. In ogni modo, esso richiede la responsabilità della politica democratica in un passaggio di progressiva disgregazione non solo del sistema, ma anche della sua tenuta sociale.

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