Hanno puntato tutta la campagna elettorale su welfare e cambiamento climatico, che è la prima preoccupazione degli elettori. Ma quello che in Danimarca ha segnato la vittoria dei socialdemocratici di Mette Frederiksen è la linea dura del partito sui migranti, che ha strappato voti all’estrema destra, Ddp, crollata dal 21 all’8,7%. I liberali di Lars Loekke Rasmussen escono sconfitti dalle elezioni politiche e lasciano il potere dopo essere stati al governo per 14 degli ultimi 18 anni. Per Frederiksen, la 41enne leader socialdemocratica che sarà la premier più giovane del Paese, si tratta delle “prime elezioni climatiche nella storia della Danimarca“, che hanno visto anche raddoppiare i consensi per i Verdi, passati dal 4 all’8 per cento. La coalizione che fa capo ai socialdemocratici ha ottenuto 91 dei 179 seggi parlamentari contro i 75 del blocco che sosteneva il governo per primo ministro Rasmussen. A ottenere buoni risultati è stato tutto il blocco di sinistra, che comprende anche socialisti, socialisti-liberali, ‘rosso-verdi’ e i verdi di Alternative: un patrimonio di voti che equivale alla maggioranza assoluta in parlamento seppur risicata ed una mano agevole per formare un nuovo governo.

Il nodo migranti nella formazione del nuovo governo – “Questa sera abbiamo ottenuto una vittoria storica, è una vittoria condivisa”, ha detto la leader socialdemocratica rivolgendosi agli altri partiti del “red bloc” che hanno tutti riportato vittorie, spiegando di voler formare un governo di minoranza con l’obiettivo di “collaborare con chiunque mostri uno spirito costruttivo”. Ma, sottolineano oggi gli osservatori, la leader socialdemocratica potrà avere dei problemi con le altre formazioni di sinistra che, nella maggior parte, non appoggiano la sua nuova politica restrittiva in materia di immigrati. Frederiksen, d’altra parte, avrebbe rifiutato la proposta di Rasmussen di formare una grande coalizione con i liberali. Rasmussen ha annunciato che oggi presenterà le dimissioni alla Regina Margherita, mantenendo l’incarico per gli affari correnti. La Regina avvierà così le consultazioni per la formazione del nuovo governo.

Dai migranti al cambiamento climatico: i temi cardine – Guardando al risultato elettorale, si conferma il crollo del principale partito populista, che ha bissato la brutta performance delle recenti europee. Il Danish People’s Party, che aveva sostenuto il governo liberale di minoranza, ha più che dimezzato i consensi, passando in appena 4 anni dal 21% delle scorse legislative all’8,7. Agli altri due partiti ancora più a destra e con forti connotazioni anti-migranti restano le briciole: New Right non va oltre il 2% mentre Hard Line, dell’avvocato 38enne Rasmus Paludan che vorrebbe tutti i musulmani fuori dal paese, ottiene ancora meno.

Proprio l’immigrazione è stata tra i temi principali della campagna elettorale. In Danimarca sui 5,6 milioni di abitanti uno su dieci è nato all’estero, ma per il 30% della popolazione la questione è in cima alle preoccupazioni (il 9% in più rispetto alla media europea). Il governo uscente di centro-destra ha avviato una stretta sull’accoglienza e in questi primi mesi dell’anno il numero dei richiedenti asilo è risultato il più basso in 10 anni. Quanto ai socialdemocratici, hanno già chiarito che non cambieranno linea. Tanto che Frederiksen ha detto che, da primo ministro, cercherà il sostegno della destra quando si tratterà di questioni relative all’immigrazione.

La barra a sinistra verrà mantenuta invece nella difesa del benessere sociale, finora rappresentata da un welfare tra i più invidiati in Europa, e nella lotta al cambiamento climatico, prima vera preoccupazione degli elettori. In Danimarca, che registra buoni risultati nella limitazione delle emissioni, ma che è anche uno dei maggiori produttori mondiali di carne suina, il 57% ritiene che il prossimo governo debba fare del clima una priorità. Nel territorio autonomo della Groenlandia, ad esempio, il riscaldamento globale ha quadruplicato il tasso di scioglimento del ghiaccio tra il 2003 e il 2013.