di Carblogger

A casa, John Elkann parla in francese al fratello Lapo, un vezzo per gli eredi Fiat che hanno preso la maturità scientifica a Parigi. La scuola francese torna nell’accordo di fusione che il presidente sta portando avanti con Renault per Fiat Chrysler. Sul quale ho letto di tutto, molti se e molti ma basati perlopiù su matrimoni precedenti dell’industria dell’auto, perlopiù finiti male.

Ma il passato non è sempre un buon metro di giudizio, anche perché siamo di fronte a una operazione inedita per gli attuali protagonisti. Nella storia del marchio italiano e del marchio francese non si era mai parlato di fusioni o alleanze strategiche. Tra la famiglia Agnelli e lo Stato francese – a lungo al volante del gruppo automobilistico transalpino e oggi primo azionista – non ci sono mai stati contatti importanti, avendo entrambi privilegiato fino adesso colloqui con i loro simili.

La novità è che John Elkann negli anni scorsi è andato in un’altra scuola. Quella di Sergio Marchionne. Dove l’auto è stata essenzialmente un mezzo e non un fine (e non è una battuta) e dove il business è stato fatto in modo asimmetrico.

A scuola Marchionne, Elkann sembra avere imparato come saltare in velocità sulle crisi degli altri e a trasformarle in opportunità per i propri interessi. Nel 2009 Marchionne si è preso così la Chrysler, infilandosi nel disastro di Detroit e arrivando a trattare con la Casa Bianca.

Elkann, che non ha mai brillato di luce propria nell’auto anche perché oscurato dal suo amministratore delegato, sembra essersi comportato da Marchionne: si è infilato fra Renault e Nissan in guerra di potere tra loro arrivando fino all’Eliseo. E costruendo insieme ai francesi una operazione con cui Renault oggi scavalca Nissan e costringe l’alleato giapponese indebolito a prendere o lasciare: un po’ come Salvini con i 5Stelle, se vogliamo buttarla sull’attualità politica.

Il resto è cronaca, guadagni enormi per studi di avvocati e banchieri d’affari, manna per noi che ci occupiamo di informazione. Ciò che non vediamo sono quelle clausole che si chiamano di riservatezza, dietro le quali ci sono le essenze delle fusioni come questa, se si farà.

Un esempio di clausola è ciò che viene – o verrà – deciso per le fabbriche europee di Fiat e Renault. Il tema non è finito mica per caso al quinto punto degli otto del primo comunicato di Fiat Chrysler. Strano, considerando che i primi grandi risparmi nelle fusioni (qui si parla di 5 miliardi all’anno) si fanno proprio licenziando e chiudendo fabbriche. Merde, per dirla alla francese.

@carbogger_it