Le elezioni europee sono un test anche per papa Francesco. Per la loro importanza nazionale e internazionale gli spostamenti elettorali, che saranno certificati dalle urne, avranno un forte impatto sulla posizione geopolitica del pontefice argentino. In Italia l’esito delle urne decreterà in primo luogo l’indice di consenso per Matteo Salvini. Il leader leghista, che in un quarto di secolo di attività nel consiglio comunale di Milano non si era mai contraddistinto per una particolare militanza religiosa, ha costruito scientificamente un blocco elettorale di cui fanno parte i cattolici più tradizionalisti, coinvolti nell’ondata xenofoba e feroci nell’avversare le aperture dottrinali di Francesco.

E’ un pezzo di Chiesa reale, che plaude al rosario agitato in segno di riconoscimento e che usa la “famiglia” come ariete per contrastare l’eguaglianza civile raggiunta dalle coppie omosessuali e continuare una propaganda sistematica contro l’aborto e il diritto delle donne di disporre del proprio corpo. Quando Salvini nel comizio di Milano incita i credenti leghisti e simpatizzanti: “Dite la vostra domani a messa se certi parroci criticano” la politica del governo sull’immigrazione – il suo è un appello per intimidire i sacerdoti che nelle loro omelie osassero fare riferimento alle parole di Francesco per esortare a un atteggiamento di attenzione alla questione dei migranti e soprattutto di integrazione. Peraltro ci sono fasce di clero non solo nell’Italia settentrionale ma anche nel centro e nel meridione, che apertamente o tra le righe, si ribellano alla linea di Bergoglio, mal sopportando le sue parole su migranti e rom.

Le urne daranno la misura di questa Italia clerico-sovranista e indicheranno il peso nella società di Salvini, che da quando è vicepremier si è posizionato come anti-papa, invocando esibitamente il patronato dell’Immacolata. E assicurandosi più concretamente l’alleanza del cardinale Raymond Burke, critico accanito di Francesco, e di Steve Bannon che (rovesciando letteralmente la realtà) accusa il papa di allearsi con le élites della globalizzazione a scapito dell’uomo della strada.

Da tempo Francesco ha colto il pericolo e ha messo in guardia dal montare del populismo illiberale e aggressivamente antidemocratico. Le nuove generazioni devono sapere cosa hanno prodotto i nazionalismi della Prima e Seconda guerra mondiale, ha ammonito il pontefice nell’ottobre scorso: “È importante che conoscano e capiscano il modo in cui cresce il populismo: seminando odio, come fece Hitler nel ’33. E’ facile seminare odio, ma la chiusura è l’inizio del suicidio”. All’inizio di questo mese, incontrando gli operatori pastorali nella basilica di San Giovanni in Laterano, Francesco ha nuovamente denunciato xenofobia e populismo. “State attenti – ha detto – perché il fenomeno culturale mondiale, diciamo almeno europeo, dei populismi cresce seminando paura”.

La vicenda tocca dunque il panorama geopolitico. Se nei Paesi dell’Europa orientale il responso delle urne dirà in che misura i leader nazional-clericali di tipo polacco o ungherese mantengono il loro livello di consenso (o retrocedono), è in tutta l’Unione europea che la giornata di domenica rappresenta il giorno in cui saranno giudicate le classi dirigenti favorevoli all’integrazione del continente e i gruppi politici che si oppongono all’Ue in nome del sovranismo e del populismo, esaltando gli egoismi nazionali e lavorando per scardinare ogni disegno federalista.

“La disgregazione dell’Ue sarebbe un disastro per l’Occidente in particolare e per il mondo in generale: nessuno può augurarsela”, sottolinea in prima pagina sull’Osservatore Romano il cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio che riunisce le conferenze episcopali europee. Il suo allarme riflette pienamente la grande preoccupazione della Santa Sede. Da oltre mezzo secolo la posizione vaticana è sempre stata di incoraggiare l’integrazione europea come garanzia di pace, di riconciliazione, di una società solidale e di uno sviluppo secondo un’economia sociale di mercato. I progetti di Merkel e di Macron nel senso di passi avanti sulla via dell’integrazione – anche a velocità differenziate – sono stati sempre visti con favore Oltretevere.

Ora tutto è in gioco e in Vaticano sono convinti che se dalle urne emergesse una spinta robusta in direzione di un indebolimento del progetto europeo, il risultato non sarebbe un’Europa più vicina ai bisogni popolari, ma un’Europa allo sbando incapace di giocare un ruolo autorevole sulla scena mondiale. Con l’effetto di dare ulteriore spazio al darwinismo geopolitico dell’America first di Trump, teso a scardinare ogni equilibrio multilaterale. Il presidente Usa, che non firma il patto Onu sugli immigrati (e Salvini ha imposto lo stesso al governo italiano), che si ritira dall’accordo sul Clima, che ripudia l’accordo con l’Iran, che esce dall’Unesco, sabota il progetto di 2 Stati in Terrasanta e straccia gli accordo Inf sul disarmo rappresenta l’antitesi della politica seguita sin qui dall’Unione europea e appoggiata con favore dal Vaticano. Papa Bergoglio non segue i telegiornali della notte. Ma lunedì mattina chiederà con ansia com’è andato il voto in Europa.

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