Siamo arrivati alla vigilia del ribaltamento politico europeo, elezioni che cambieranno non solo la composizione del parlamento europeo ma l’anima dell’Unione. unione eurIronia della sorte vuole che anche il Regno Unito, che da due anni cerca di uscire dall’Ue, si ritrovi di fronte ad un cambio della guarda, Theresa May ha dato le dimissioni e la lotta per conquistare il potere è iniziata.

Impossibile parlare dei personaggi di questo sceneggiato politico europeo, sono tutte figure un po’ grigie, di bassa statura. Quelli che appartengono a fermenti rivoluzionari, come i gilet gialli, si tengono a distanza da chiunque faccia politica, e fanno bene perché ci vogliono pochi secondi per essere fagocitati da un partito o da un altro. Il vero problema è la mancanza di una tensione ideologica tra le parti, di schieramenti politici dicotomici del tipo comunismo/democrazia. Queste sono parole che oggi hanno solo un significato storico, alle quali non corrisponde alcuna espressione politica. E’ bene capirne il motivo.

Il ribaltamento delle posizioni della destra e della sinistra storica europea iniziato trent’anni fa, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, l’avanzare della globalizzazione, l’ascesa di istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea hanno fatto tabula rasa dei tradizionali schieramenti politici e dato vita a politiche senza ideologia, basate su temi specifici, che non trascendono il quotidiano: dai vaccini al reddito di cittadinanza alla flat tax. Ma la politica è ideologia altrimenti perde il significato di guida.

L’unico tema universale che si avvicina alle vecchie politiche ideologiche è il sovranismo, di cui, ahimè, Matteo Salvini è l’emblema in Europa. I sovranisti si presentano come la punta di diamante del cambiamento socio-economico che la stragrande maggioranza dei 500 milioni di cittadini dell’Unione europea si auspica. Politici come Salvini hanno una presa elettorale trasversale, raccolgono voti tra gli ex operai del Pci e tra i membri della Confindustria. Ma si badi bene, la Lega e la rete europea di partiti sovranisti con i quali si è alleata, non è la versione moderna ed europea del Peronismo, ma qualcosa di ideologicamente più solido e potenzialmente più pericoloso per la democrazia occidentale.

Abbandonata la politica secessionista, i sovranisti adesso vogliono rimanere in Europa e conquistarla per poterla trasformare. Perché? La risposta elettorale è ben semplice: così come è strutturata l’Unione non funziona. I fatti sembrano dar loro ragione. Negli ultimi dodici anni l’Unione Europea ha gestito tre crisi epocali, quella del credito, quella del debito sovrano e la crisi migratoria. Secondo i sovranisti lo ha fatto male danneggiando alcuni Paesi, si pensi all’imposizione della politica di austerità in Grecia. Il destino dei singoli stati membri dell’Unione non viene più deciso dalla classe politica che il popolo elegge ma da poteri esterni, e.g. la Commissione europea che il popolo non elegge. Ma non basta, l’Europa è vittima di una profonda ingiustizia economica.

Dalla crisi del 2008 ad oggi, con qualche piccolissima eccezione, il divario tra ricchi, classe media e poveri è aumentato. Secondo i sovranisti i singoli Paesi non sono stati in grado di proteggere la classe media e i meno abbienti contro lo strapotere dei ricchi globalizzati perché non avevano gli strumenti per farlo, non possedevano la sovranità monetaria. Ed ecco il secondo tema elettorale della campagna per le elezioni europee, la promessa di rettificare questa anomalia riprendendo il controllo della politica monetaria ed economica. E ancora, i sovranisti proteggeranno il continente contro il nemico futuro: la Cina. Lo dice Mischael Modrikamen, il politico Belga di destra co-fondatore con Steve Bannon del centro studi Movement, il cui scopo è portare i sovranisti alla vittoria nelle prossime elezioni del parlamento europeo. Naturalmente tutte queste sono parole e slogan ma potrebbero funzionare e portare la nuova destra al potere in Europa.