Non le bottiglie, non i bicchieri, ma i piatti e le posate usa e getta di plastica (non compostabile) sono in via di proibizione da parte dell’Unione europea, e nel giro di poco tempo saranno approvate le normative nazionali di attuazione. L’Italia è uno dei paesi al mondo che fa maggior uso di tutte queste stoviglie monouso, e adesso che è partita a livello internazionale la contro-ondata antiplastica si fa molta confusione che rischia di produrre pochi fatti.  Siamo ancora lontani dall’attuazione completa della legge che già da anni proibisce i sacchetti leggeri in plastica usa e getta non compostabili, quelli usati nei mercati, per intenderci. C’è ancora chi continua a produrli e venderli abusivamente. In questo quadro occorre saper fare le dovute distinzioni e concentrare le energie sui cambiamenti prioritari, altrimenti si rischia di produrre frustrazioni.

Non si possono mettere sullo stesso piano piatti, posate, bicchieri e bottiglie: infatti la direttiva Ue non lo fa. I piatti e le posate in plastica usa e getta non sono realmente riciclabili anche se in questi ultimi anni sono stati inseriti nella raccolta differenziata. Di fatto, negli impianti di selezione, vengono poi separati e spediti a bruciare negli inceneritori. Nel caso di piatti e posate monouso, inoltre, l’alternativa biocompostabile è matura ed evidente. Anche i bicchieri di plastica, per la verità, almeno finora non sono realmente riciclabili. Se la direttiva Ue li ha risparmiati è stato per realismo – o opportunismo, a seconda dei punti di vista: l’alternativa biocompostabile o di carta forse non è molto matura né evidente. E soprattutto i bicchieri usa e getta – si pensi solo alle macchinette del caffè – sono ancora più usati di piatti e posate.

Nel caso delle bottiglie, invece, c’è una differenza oggettiva. Sono di Pet, sono altamente riciclabili, ridiventano plastica. Inoltre è veramente difficile farne a meno, a meno di non ritornare alle pesanti e pericolose bottiglie di vetro. Con la motivazione di proteggere il mare dalla plastica, il Comune di Napoli ha deciso di proibire sul lungomare anche la vendita di bottiglie di plastica. I chioschi avrebbero secondo l’ordinanza l’obbligo di versare l’acqua dalla bottiglia in un bicchiere al cliente (col risultato di produrre un secondo contenitore da gestire poi come rifiuto).

E’ un esempio di ordinanza esagerata e difficilmente controllabile e attuabile. Il vigile dovrebbe appostarsi per cogliere in flagrante il mancato versamento nel bicchiere (è inevitabile infatti che il chiosco abbia le bottiglie). E’ da anni che si predica contro le bottiglie, non si è ottenuta una riduzione del loro uso. O meglio: i consumi di acqua in bottiglia sono continuati ad aumentare, le critiche ambientaliste sono riuscite a far diminuire il peso delle bottiglie – con nuovi criteri di fabbricazione promossi dal Conai – non certo il loro numero. Possibile che in tutti questi anni sia ancora aumentato il numero di chi passa dal rubinetto alla bottiglia? Non si può dire. Forse all’aumento dei consumi di acqua in bottiglia ha contribuito il calo delle vendite delle bibite (sono ormai un po’ fuori moda). E il caldo, l’aumento della sete.

La follia italiana non è che l’acqua minerale venga consumata in bottiglie di plastica, ma che così tanta gente creda ancora al mito che l’acqua sia più salubre se minerale. Siamo i secondi consumatori al mondo, dopo il Messico. Insomma non sembrano credibili i divieti alle bottiglie di plastica – casomai sono vetri e persino lattine a essere spesso vietati come taglienti – né sembra probabile un massiccio passaggio alle borracce. Forse, mentre si deve dare il via subito al grande e faticoso passo di superare piatti e posate di plastica usa e getta, bisognerebbe pensare a come far andare davvero tutte le bottiglie nella raccolta differenziata, non solo il 55% come adesso. Forse con una cauzione sul vuoto a rendere.

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