Voi tutti avrete presente la pubblicità della cioccolata con le nocciole. L’attore entusiasta declama: “Questo è il famoso Nocciolato Novi, fatto proprio con le nostre nocciole”. I bambini sorridono, i colori della campagna sono tenui e rassicuranti, la musica di sottofondo dolce. Ma cosa c’è dietro alla coltivazione delle nocciole?

L’Italia rappresenta oggi il secondo produttore a livello mondiale con una quota di mercato di circa il 12% della produzione globale di nocciola e segue a distanza la Turchia, che rappresenta da sola il 70% del mercato complessivo. La geografia italiana delle nocciole vede come prima regione produttrice il Lazio, con 45.967 tonnellate annue, di cui 45mila concentrate nella provincia di Viterbo. Segue la Campania con 39.590 tonnellate annue, di cui 15.200 nella sola provincia di Avellino. Il Piemonte, sebbene la sua Tonda gentile delle Langhe sia la più famosa, è appena al terzo posto, con una produzione annua di 20.027.

Ma c’è sempre più richiesta di nocciole nel mondo, e soprattutto c’è sempre più richiesta da parte di quel colosso mondiale – ma italiano – che è la Ferrero. La quale deve anche pensare a difendere il proprio approvvigionamento dalle crisi internazionali. Ed ecco perciò che il colosso dell’alimentazione dolciaria ha avviato un progetto per ottenere entro il 2025 20mila tonnellate in più di nocciole italiane. È il Progetto Nocciola Italia, promosso dalla Ferrero Hazelnut Company, divisione interna della Ferrero nata nel 2014 con il compito (odio il termine mission) di promuovere in agricoltura il settore corilicolo (corylus era il nocciolo dei latini). Ma, come dice il giornalista Raffaele Lupoli, “l’Italia produrrà più nocciole per la Nutella. Ma non è una buona notizia”.

La monocoltura della nocciola, infatti, come tutte le monocolture, non è poi così positiva. Innanzitutto, partiamo dalla considerazione che la coltura della nocciola non va a sostituire un’altra coltura in atto, ma spesso – come capita per le bollicine – comporta l’eradicazione di un angolo selvaggio di natura per piegarlo alle nuove esigenze umane (e per favore non chiamiamolo con locuzione antropocentrica “terreno vocato alla nocciola”).

In secondo luogo, la nocciola viene spesso coltivata con abbondati dosi di fertilizzanti e diserbanti per evitare il crescere dei polloni alla base, garantire nocciole più grandi e maggiore produzione: un ettaro di noccioleto coltivato tradizionalmente infatti rende fino a 50 quintali di nocciole, a fronte dei 15/20 quintali che si ottengono dalla coltivazione biologica. In più, sette o otto trattamenti di fitofarmaci all’anno per combattere i parassiti. Quindi, ad onta della pubblicità, non si può certo dire che la coltivazione della nocciola sia oggi ecosostenibile. Come tutte le monocolture. Come le bollicine, di cui ho parlato nel mio precedente post.

Ma l’avanzata delle monocolture per fortuna non sta procedendo indisturbata. Persone e gruppi sensibili all’ambiente, preoccupati per le trasformazioni in atto, ci sono. Tale è la regista Alice Rohrwacher, che ha indirizzato a fine gennaio una preoccupatissima lettera a Repubblica denunciando i cambiamenti drastici al territorio che la nocciola sta apportando sull’altopiano dove lei è nata, fra Orvieto e il lago di Bolsena: “un paesaggio nuovo, del tutto trasfigurato, dove campi, siepi, alberi scompaiono per lasciar posto a impianti di nocciole a perdita d’occhio”.

Stessa preoccupazione viene espressa questo mese da Carlìn Petrini, che denuncia tra l’altro come “a poche settimane dal voto amministrativo ed europeo pare proprio che il tema della difesa del suolo non faccia parte dei programmi elettorali dei partiti”.

Sempre a inizio aprile, un’iniziativa concreta per fermare il degrado: il sindaco di Bolsena ha emesso un’ordinanza per impedire l’impianto di nuovi noccioleti. “Ordino il divieto sul territorio comunale che cade all’interno del bacino imbrifero del lago di Bolsena di realizzare impianti di noccioleti intensivi, per evitare un elevato consumo di acqua, di fitofarmaci, di antiparassitari, di insetticidi, di diserbanti e di concimi necessari alla coltivazione degli stessi”. Anche se c’è da scommettere che verrà impugnata al Tar.

Qualcosa dunque si muove contro lo strapotere del capitale e contro il profumo dei soldi, costi quel che costi. In fondo, è l’eterna storia di Davide contro Golia. Solo che quella era una narrazione, questa è la realtà.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Energie rinnovabili, stop alla crescita. ‘Ma il mondo non può permettersi pausa’

prev
Articolo Successivo

Mangiare sano è troppo caro? Errore, bisogna saper scegliere

next