Un parroco e un contadino. Sono loro i primi a sapere che il Torino non c’è più. I primi a conoscere ciò che si è appena consumato a Superga. A richiamarli alla basilica è un rombo tremendo, anzi due. In principio è lo squarcio dell’ala, spezzatasi contro le mura. Poi l’esplosione del veivolo, che ormai è un groviglio di fiamme e lamiere. Il colle, però, ci mette poco a riempirsi. Arrivano i curiosi, poi le autorità. Corrono tutti a vedere. E le voci camminano con loro, tra chi bisbiglia appena e chi lo grida disperato: “Un aereo… è il Torino”. Le Forze dell’ordine cominciano a estrarre i cadaveri e alla folla si uniscono i parenti, ancora troppo sconvolti per poterli riconoscere. C’è chi indica un corpo: “Quello è Castigliano” e chi ne indica un altro “Ecco Loik”. Si sbagliano, e Vittorio Pozzo lo sa. Si è arrampicato anche lui sulla collina. Fin lassù, fino a Superga. L’ex ct della nazionale è venuto a vedere i suoi ragazzi. I campioni che ha allenato con la maglia Azzurra e di cui ora scrive dalle pagine de La Stampa. Su quel volo, anzi, avrebbe dovuto esserci proprio come inviato del quotidiano torinese, ma la società granata gli ha preferito Luigi Cavallero.

Pozzo se ne stà lì, in silenzio, lo sguardo assente. E a risvegliarlo sono le preghiere di un carabiniere. Lo supplica di aiutarli. Per loro distinguere quei corpi è impossibile, occorrono gli occhi di chi li ha conosciuti in vita e la tempra di chi può farlo ora. L’allenatore non si sottrae e li schiera ai piedi della basilica, uno a uno. Sviene un paio di volte, cede alla commozione indicandoli tutti, tranne Martelli e Maroso. Le loro membra martoriate sono individuate per eliminazione. E un peso enorme invade il cuore del vecchio maestro. È il dolore dell’essere sopravvissuti, lo stesso macigno che schiaccia Sauro Tomà, l’ultimo superstite del Grande Torino. A sottrarre il difensore alla tragedia è un menisco traballante, che gli impedisce di andare con i compagni a Lisbona. La partita era una semplice amichevole, organizzata ufficialmente per celebrare l’addio al calcio del capitano del Benfica, Francisco Ferreira. In realtà, era un escamotage per aiutare lo stesso Ferreira, destinatario del ricavato del match, a uscire da una disperata condizione economica. Saltando quella gara, Tomà si salva da Superga. Eppure su quel colle Sauro lascia qualcosa. Resta con i granata un altro anno, uno soltanto. A tormentarlo è un solo pensiero: non essere svanito con il suo Toro.

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Grande Torino, 70 anni dopo Superga – Il mister, il partigiano, il pilota: le storie nella storia

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