Sono passati 42 anni da quando Mohamed Alì si rifiutò di andare a combattere in Vietnam, accettando l’arresto, la prigionia e la perdita del titolo di campione del mondo. Quel gesto indusse molta gente a riflettere e forse qualcuno cambiò anche idea sulle regole vigenti e sul pensiero mainstream. Oggi un altro Alì, certo meno famoso del grande pugile di Louisville ma non meno convincente, in qualche modo è riuscito a far cambiare idea addirittura alla Corte di Cassazione sulle norme per la concessione del diritto di asilo ai migranti.

Alì S., pakistano, si era visto negare tale diritto sulla base della motivazione che nella regione dove abitava non c’era una vera guerra. Il reclamo portato avanti ha indotto però la Cassazione a rivedere la prima decisione, in quanto prima di negare l’asilo occorre approfondire in modo chiaro quali siano le condizioni reali delle regioni di provenienza. In pratica si vuole affermare il principio che non si può decidere il destino di una persona solo sulla base di informazioni generiche e spesso scarse riguardo alla reale situazione di partenza. La Cassazione, insomma, sostiene che non bastino “formule generiche” o “stereotipate” e nemmeno un semplice richiamo a “fonti internazionali”.

Se si guardasse a questo gesto senza le lenti deformanti del dibattito politico italiano, ci si accorgerebbe che si tratta di una direttiva semplicemente sensata, in linea con i più elementari principi di civiltà. Nei decenni passati del secolo scorso le richieste di asilo, così come la figura del rifugiato, erano eccezioni al principio di cittadinanza che riguardava la maggior parte degli abitanti del pianeta. Eccezioni che venivano risolte di volta in volta con analisi dedicate. Oggi non è più così: guerre, crisi ambientali, dittature, diseguaglianze economiche crescenti hanno innescato processi migratori e fughe che fanno della figura del richiedente asilo una delle principali figure della nostra epoca.

O tempora, o mores, dicevano saggiamente gli antichi romani, e quando si passa dall’eccezione alla norma occorre cambiare la prospettiva e di conseguenza il modo di affrontare i nuovi scenari. Qui sta il nodo del problema: si può scegliere la via più semplice dell’”ognuno a casa propria” – chiudendo illusoriamente i confini o perlomeno annunciando di farlo e creando così di fatto quei “clandestini” che si vuole eliminare – oppure rimanere coerenti con i principi di democrazia e civiltà su cui si dovrebbe basare l’Europa e prendere estremamente sul serio la questione, adottando metodi di analisi adeguati. È questo che ci dice la Cassazione.

Decisione che molto probabilmente però farà discutere: darà vita ad accuse di lassez faire, si dirà che non deve entrare nessuno, che i porti rimarranno chiusi e così via. Tanto più che siamo vicini alle Elezioni. Ecco un caso in cui emerge con chiarezza la necessità fondamentale, sancita dalla Costituzione, della separazione dei poteri. Infatti i giudici vanno in direzione opposta ai principi del decreto Sicurezza da poco emanato dal governo, dimostrando di avere compreso la situazione globale molto meglio di molti politici.

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