Nelle numerose foto dell’epoca compaiono tutti insieme, italiani, croati, serbi, inglesi, russi, ma anche somali, eritrei ed etiopi. Un mix di culture, “a very mixed blunch”, come un membro britannico della brigata li definì, unito da uno stesso obiettivo: liberare l’Italia dall’invasione nazifascista. Sono i partigiani della “banda Mario”, uno dei primi gruppi della resistenza marchigiana, operante alle pendici del Monte San Vicino, tra San Severino e Matelica, sotto la guida dell’ex prigioniero istriano Mario Depangher. Uno dei gruppi più eterogenei, una rarità nell’Italia di allora, ancora culturalmente intrisa della cosiddetta “paura del diverso”. Una storia, ancora poca conosciuta, di africani che scapparono dalle prigioni fasciste, grazie all’aiuto degli italiani, per poi unirsi a loro e morire per la liberazione dell’Italia.

Un esempio di integrazione dovuto al fattore empatia, secondo lo storico Matteo Petracci che da anni, sostenuto anche dal collettivo Wu Ming, racconta le vicende del battaglione. “Molti giovani italiani che hanno partecipato alla banda Mario erano stati cresciuti ed educati secondo il fascismo, quindi con un determinato atteggiamento verso il diverso, verso lo straniero – spiega Petracci a ilfattoquotidiano.it – Eppure non hanno avuto nessuna difficoltà, grazie all’empatia, a riconoscere in quegli etiopi, quei somali, quegli eritrei, un fratello e un compagno di lotta. È una questione di atteggiamento, sono gli elementi esterni che ci permettono di mutarlo”. Undici in tutto le etnie che presero parte alla lotta guidata da Depangher, lui stesso “straniero”. Nato a Capodistria nel 1897, infatti, Mario a 14 anni si era iscritto al Movimento Giovanile Socialista, ritrovandosi nel 1932, dopo anni di scontri, scioperi e clandestinità, prima al confino a Ponza, con Sandro Pertini, poi a Ventotene e infine prigioniero a San Severino.

Africani “in mostra” a Napoli, prigionieri a Treia
È soprattutto la presenza di uomini, e donne, di colore a caratterizzare la “banda Mario”. Provenivano dalle colonie italiane in Somalia, Eritrea ed Etiopia ed erano arrivati in Italia nel 1940, come ha ricostruito Petracci nelle sue ricerche. “Erano stati portati a Napoli per la Mostra delle Terre italiane d’Oltremare – racconta – Voluta dal fascismo proprio per mostrare al mondo le proprie conquiste”. Tra loro c’erano ascari, africani cioè regolarmente inquadrati come corpo militare nelle forze italiane in Africa, ma anche donne, bambini e persino, raccontano alcuni testi, principi. Insomma, persone trasportate in Italia per “far percepire la diversità” e conseguentemente far sentire agli italiani il “senso del proprio dominio”, come ricorda lo storico.

L’esposizione, però, ebbe vita breve. All’entrata in guerra dell’Italia, infatti, la mostra chiuse i battenti e, dopo alcuni spostamenti, tutti gli africani portati in Italia furono trasferiti nel 1943 come prigionieri a Villa Spada, a Treia. La dimora, progettata nell’800 dall’architetto Giuseppe Valadier, era stata prima un luogo di internamento femminile, chiuso per mancanza di condizioni igieniche dignitose per volere della Croce Rossa Internazionale, e poi, appunto, su decisione del ministero dell’Africa Italiana, un alloggio per gli africani, costretti a vivere nelle scuderie in un regime di semilibertà che permetteva loro di andare a comprare merci nei paesi vicini, ma con l’obbligo di rientro serale. “Alcuni di loro, per necessità, conoscevano un po’ di italiano – spiega lo storico Petracci – Per questo grazie anche agli abitanti della zona vennero a sapere che il re Vittorio Emanuele III era fuggito da Roma”.

La fuga dei “partigiani stranieri” e la liberazione di Villa Spada
Furono tre coraggiosi africani, Abbagirù Abbauagi, Scifarrà Abbadicà e Addisà Agà, a dare il via all’esperienza dei “partigiani stranieri”. Tra la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre del 1943, e il 25 ottobre dello stesso anno, infatti, i tre fuggirono da Villa Spada e, percorrendo circa 30 chilometri tra strade di campagna e boschi, raggiunsero il San Vicino, per unirsi alla “banda Mario”. Fondamentale per sfuggire a fascisti e nazisti fu l’appoggio della popolazione che, presumibilmente, guidò i tre verso i nascondigli dei partigiani. Nessun travestimento, infatti, sarebbe andato a buon fine visto il colore della loro pelle. L’arrivo di etiopici ingrossò le file della banda, che in poche settimane aveva assunto i connotati di battaglione, coltivando ancora di più il carattere multietnico del gruppo.

“Secondo diverse fonti, i nuovi arrivati informarono i partigiani che a Villa Spada c’era un posto di sorveglianza. I comandi della banda decisero allora di tentare un’azione, per ‘liberare i prigionieri’ e per ‘impossessarsi delle armi’”, come si legge nelle ricerche di Petracci. L’assalto alla Villa fece guadagnare alla resistenza fucili mitragliatori, bombe a mano, moschetti e rivoltelle, ma anche alcuni compagni partigiani. Almeno altri 10 africani si unirono al gruppo guidato da Depangher, tra cui anche una donna. Erano Mohamed Raghè (Ragha Macamed in altri documenti), Thur Nur (Thor Nur in altri documenti), Macamud Abbasimbo (Muhamuti o Mohamed in altri documenti), Bulgiù Abbabuscen (Bulgù in altri documenti), Cassa Albite (Cassa Abite in altri documenti), tale “Gemma fu Elmi”, e Abbamagal Carlo. Alcuni erano ex militi della Pai, la Polizia dell’Africa italiana, ma fu il senso dell’onore, del giusto, a farli passare dalla parte della resistenza.

Carlo Abbamagal: etiope caduto “per la libertà”
Delle imprese partigiane degli africani del battaglione Mario non si sa molto. Certo è che presero parte a tutte le rappresaglie del gruppo che per 10 mesi fu uno dei più attivi nell’entroterra maceratese. Tra queste anche la battaglia di Valdiola, tra il 23 e il 24 marzo 1944 quando, quasi accerchiati da centinaia di tedeschi e fascisti, i partigiani riuscirono ad evitare la dispersione del gruppo continuando i sabotaggi al nemico. Il pericolo degli africani di Villa Spada fu riconosciuto anche dalla Repubblica sociale italiana, lo stato fascista nato nell’Italia del Nord dopo l’armistizio. Il ministero dell’Interno, infatti, scrisse dell’importanza di trasferire immediatamente il gruppo di Treia, ricordando che molti stranieri si erano dati alla macchia con i partigiani e che, utilizzando un espressione che rimanda al regno animale, erano “particolarmente feroci”.

Nonostante le poche testimonianze, però, si sa che molti di loro morirono nel tentativo di liberazione. Tra questi anche Carlo Abbamagal, ucciso il 24 novembre 1943 nel corso di una missione a Frontale di Apiro, durante la quale furono catturati alcuni uomini della Wehrmacht e un interprete italiano. Probabile, come ricorda Petracci nel suo articolo di ricerca “I neri della Pai. Dalla ‘Mostra delle Terre italiane d’Oltremare’ alla resistenza”, presentato durante un convegno del 2015, che Carlo fosse un nome attribuito al giovane dai compagni, mentre Abbamagal fosse il suo nome di battaglia. Descritto come “piccolo, ricciuto, ilare e coraggioso”, “Carletto”, come veniva chiamato da molti, si fece avanti per primo e fu colpito da una raffica di mitra. Il corpo, portato a Valdiola, sede, appunto, di un comando partigiano, fu sepolto in zona dove ancora oggi una lapide ricorda l’impegno di “uomini e donne, provenienti da tutto il mondo” e l’atto eroico di Abbamagal “caduto per la libertà d’Italia e d’Europa”.