Fino all’ultimo pedigree di segugi, mastini, bracchi, cani da pastore, volpini e levrieri. Il mondo degli allevatori italiani di cani, un affare da milioni di euro all’anno, è in subbuglio. Il 25 aprile si celebra l’assemblea annuale e si affilano i denti in vista di una resa dei conti senza precedenti tra il presidente uscente Dino Muto e una cordata condotta da Francesco Balducci. A scoperchiare il pentolone sono due interrogazioni parlamentari presentate in contemporanea alla Camera e al Senato da esponenti del Movimento 5 Stelle, che chiedono ai ministri dell’Agricoltura e della Salute che cosa stia accadendo nella gestione dell’Ente nazionale cinofilia italiana (Enci). È l’associazione senza fini di lucro che è delegata dallo Stato alla tenuta dei libri genealogici e che emette i certificati di origine degli animali, con valore di atti pubblici. Secondo il deputato calabrese Carmelo Massimo Misiti vi sarebbero una serie di irregolarità nella gestione dell’ente.

Ad esempio “numerose segnalazioni in tema di certificazioni provenienti da diversi cinofili” rimaste lettera morta. Ma anche “criticità in relazione ai controlli sul comportamento deontologico dei giudici/esperti” che si occupano della valutazione delle razze “utilizzate come cani guida per non vedenti o cani da soccorso o nelle terapie assistite da animali da compagnia (Pet Therapy), con conseguente rischio per la salute e l’incolumità di bambini, anziani e persone con disabilità”. Il mondo dei cani muove interessi colossali. Basti pensare che, secondo il rapporto Zoomafie del 2018, la tratta dei cuccioli vale 300 milioni di euro, con 8mila animali importati illegalmente ogni settimana, spesso accompagnati da documentazione contraffatta e venduti a prezzi che oscillano tra i 60 e i 1200 euro.

I senatori Cinquestelle ricordano come nel 2017 il ministro competente ammise un solo caso di 168 cani sequestrati e 61 pedigree Enci contraffatti, mentre le denunce inviate a strutture pubbliche e Procure sarebbero molto più numerose e riguardano “false dichiarazioni sulla genealogia di cucciolate ed episodi di corruzione di esperti giudici per favorire certificazioni immeritate”. Nonostante questo, l’Enci non avrebbe ritirato i certificati alterati, compresi quelli dei discendenti, aumentando quindi il sospetto di irregolarità. Ad indagare, in un caso, sarebbe scesa in campo anche la Procura distrettuale antimafia di Lecce. “I soci collettivi (gruppi cinofili e associazioni specializzate) che non accettano questo modus operandi sono commissariati, fuori dalle previsioni statutarie e a volte oltre i limiti consentiti” scrivono i senatori. Gli allevatori singoli, invece, avrebbero subito provvedimenti disciplinari.

Ma c’è un altro filone che riguarda i rapporti tra l’Enci e la società Skorpio srl che risulta proprietaria del palazzo sede dell’ente, in via Corsica a Milano, prima messa in liquidazione, poi trasformata in Enci Servizi. Con una situazione paradossale: “Ad oggi l’Enci si trova a pagare 200mila euro l’anno per la locazione dell’immobile che ospita la propria sede, acquistato a suo tempo per oltre 6 miliardi di lire”. Come non bastasse tra società che gestiscono la tenuta degli elenchi dei cani, ci sarebbe un balletto di cariche, con conseguenti prebende. Alla vigilia dell’assemblea, che si tiene il 25 aprile, i parlamentari chiedono al ministro dell’agricoltura addirittura il commissariamento dell’Enci e “in alternativa, di disporre l’immediato ritiro dei libri genealogici, dei registri anagrafici e della delega per il rilascio dei certificati di origine”. La resa dei conti il 25 aprile, all’hotel Michelangelo di Milano, quando per il rinnovo delle cariche si confronteranno due liste. Quella del presidente uscente Dino Muto e quella di chi contesta la linea ufficiale, capeggiata da Francesco Balducci, che nel programma contiene molte osservazioni finite ora in Parlamento.

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