Ancora ci meravigliamo di una donna che non può rientrare in Iran perché non ha indossato il velo durante il suo match di pugilato in Francia? Allora davvero di quel Paese non conosciamo niente. Era prevedile – chi conosce la Repubblica Islamica dell’Iran lo sa – loro non perdonano. E sembra davvero strano che alla pugilessa iraniana Sadaf Khadem non sia venuto in mente che probabilmente il suo rientro in patria dopo essersi mostrata senza velo e a gambe scoperte avrebbe creato qualche problema. Non aveva forse previsto una vittoria così clamorosa e probabilmente, se non fosse stata la prima donna pugile iraniana a vincere un campionato, non ci sarebbe stato il caso mediatico e avrebbe fatto un tranquillo rientro a casa. Ma così non è stato: ha vinto e ha segnato la storia. La prima donna iraniana a vincere un campionato di pugilato.

Da giorni gira su tutti i media nazionali e internazionali la notizia di un mandato di arresto nei confronti di questa giovane iraniana proprio per essersi mostrata in pubblico con un abbigliamento non consono ai dettami islamici e sembra che chiederà asilo alla Francia. Un mandato di arresto, dicono, emesso da Teheran ma che al momento nessuno ha visto e che in alcuni giornali viene citato come un “eventuale”, che la stessa Khadem tema potrebbe essere stato emesso nei suoi confronti per non aver indossato il velo.

Più che una certezza, parlerei di una “giustificata” paura preventiva. Non possiamo di certo pensare che vengano arrestate tutte le iraniane che rimuovono il velo al di fuori del loro Paese, ma il caso di Sadaf ha attirato molto interesse proprio perché unico nel suo genere. Lei è donna, prima di tutto, e pratica uno sport considerato “maschile” in Iran, che era stato addirittura bandito anni fa e poi reinserito. Sadef inoltre è stata allenata da un uomo, Mahyar Monshipour, circostanza anche questa non ammessa in Iran. Il suo coach è tra l’altro un noto pugile francese nato in Iran, campione dei pesi gallo della World boxing association. Malgrado agenzie di stampa iraniane quali Tasnin News Agency e Fars News Agency smentiscano vi sia un mandato di arresto nei confronti della campionessa e del suo allenatore, fossi al suo posto in Iran al momento non metterei piede.

Non mi fiderei nemmeno del tweet dell’Ambasciata iraniana a Parigi, che riprende l’intervista a Hossein Souri – Presidente della Boxing Federation della Repubblica Islamica dell’Iran – il quale smentisce le informazioni circa le conseguenze negative di un rientro in patria per la giovane campionessa, e aggiunge che la propaganda ostile nei confronti di questa vicenda è messa in atto dall’Arabia Saudita, che vuole creare avverso interesse nei confronti dell’Iran.

Insomma la vicenda è poco chiara e – mandato di arresto o meno – sono troppi i casi di donne che hanno rimosso il velo e di conseguenza sono state arrestate in Iran. Uno dei casi più eclatanti fu quello dell’attrice iraniana Golshifteh Farahani, che si era presentata senza velo alla presentazione del film Nessuna verità di Ridley Scott con Leonardo Di Caprio, e poi ancor di più per aver posato a seno nudo in una campagna che denunciava gli abusi contro le donne. Fu proprio la Farahani a dichiarare di esser stata considerata “ospite non più gradita nel suo Paese” da parte di un funzionario del ministero della Cultura e della Guida islamica, e da allora vive in esilio in Francia.

Ci fu poi il caso dell’attrice Leyla Hatami, criticata dall’allora viceministro della Cultura iraniano Hossein Noushabadì, per aver concesso nel 2014 un casto bacio sulle guancia dell’80enne presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob. La Hatami dovette scusarsi con un messaggio ufficiale sui media locali, dichiarando di sentirsi mortificata per aver ferito i sentimenti di alcuni. Nel luglio del 2017 finì nell’occhio del ciclone Azadeh Namdari, una delle giornaliste televisive più popolari in Iran, per essere apparsa in un filmato fatto a tradimento mentre si trovava in Svizzera con la sua famiglia senza velo e intenta a sorseggiare una birra. Che dire poi della 18enne Maedeh Hojabri, arrestata lo scorso anno per aver “violato le norme morali” dopo aver postato filmati sul suo account Instagram, che la ritraevano mentre ballava senza il velo obbligatorio.

In Iran poi spesso le condanne avvengono anche in modo trasversale ed è così che qualche anno fa il portiere della nazionale Mohsen Forouzan venne sospeso per tre mesi da qualsiasi attività sportiva dalla Commissione morale della Federcalcio, poiché sua moglie, la modella Nasim Nahali, era apparsa in alcune foto senza il velo. Di questi casi ne abbiamo a centinaia e sembra ad oggi che la questione del velo in Iran stia un po’ sfuggendo di mano. Ormai non si tratta più di un pezzo di stoffa in testa, ma di una vera lotta di resistenza.

Proprio per l’attenzione verso il velo islamico che ha portato all’arresto di alcune ragazze e alla condanna clamorosa a Nastrin Sotoudeh, fossi Sadef Khadem in questo momento non rientrerei in patria. Nonostante le rassicurazioni di cui sopra, potrebbe sempre esserci qualche autorità religiosa pronta a emettere una sentenza contro chi semplicemente ha realizzato il proprio sogno. Al contrario, non possiamo nemmeno accettare che le uniche soluzioni alle imposizioni, alle restrizioni e alle leggi islamiche del regime iraniano siano il carcere o l’esilio, perché in questo modo i vincitori saranno sempre e solo loro.

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