Chi si accosti a L’ora del blu di Eugenio Scalfari (Einaudi), pensando di trovarvi il nuovo Montale, compie lo stesso errore di chi ha aperto Incontro con Io pensando di leggere Wittgenstein. E’ un approccio sbagliato. I testi di Scalfari portano l’impronta della sua complessa personalità, hanno il timbro della riflessione esistenziale e autobiografica e meritano di essere letti anzitutto perché scritti da lui, da un signore che è, con Indro Montanelli, uno dei più importanti giornalisti italiani della seconda metà del Novecento.

A Montanelli non bastò, a un certo punto, la scrittura giornalistica e si aprì alla Storia. Scalfari ha trovato più congeniale la riflessione filosofica. Si interroga sul fondamento della morale in Alla ricerca della morale perduta, compie un viaggio nella modernità in Per l’alto mare aperto, scava nella caverna degli istinti in Scuote l’anima mia Eros. E lo fa nel suo stile. Con le poesie compie, con una coerenza assente in campo politico, l’operazione di sempre: racconta la sua filosofia (in versi): l’Io, il Tempo, l’Eros, la Morte, la Malinconia.

In Una finestra sul mare parla della casa di Civitavecchia dov’è nato (gli dedica uno dei capitoli più belli anche in Incontro con Io): “Da quella finestra/ cominciò la mia vita,/ la mia memoria, la mia malinconia/ e anche il mio risentimento/ e la voglia di compensare/ non so quale torto subito.” Si possono criticare i versi finché si vuole, ma quella “voglia di compensare/ non so quale torto subito” andrebbe indagata con attenzione da chi intenda comprendere la personalità del nostro. Nei suoi libri, antologizzati nel Meridiano Mondadori, c’è la chiave per apprezzare alcune poesie: Parole intirizzite, per esempio (“Una volta le parole / diventarono solide”) riprende pagine della “morale perduta”. Filosofia in versi. Eros. Vita vissuta. Il tempo. Temi legati alla morte e alla finitudine. Il trionfo passa “lasciando il posto alla Malinconia”. Sono piacevoli queste poesie, Scalfari con sincerità si mette a nudo e già per questo merita d’esser letto: “Chi scrive libri – dice – parla di se stesso” (Vita amore e poesia).

E allora: chi è Scalfari oggi? Al di là dello stile mi interessano i temi e la testimonianza de L’ora del blu: critico una poesia, La ribellione dei poveri: gridavano, “siamo poveri e vogliamo/ che tutti quanti siate come noi/…”. Continua: “…urlando, l’esercito dei poveri/ giunse fino al palazzo del governo/ (…) / sfondò la porta, entrò, fece saccheggio…”. Descrive. Ma la tesi che affiora non va bene: non mi piace il concetto di Storia che emerge dal testo, come se per i poveri non possa esserci riscatto sociale.

Siamo allo Scalfari politico, conservatore, a tratti reazionario (Berlusconi è preferibile a Di Maio): non c’entra lo stile, è sbagliata l’idea pessimistica veicolata dai versi. Scalfari dimentica la carica progressista dei suoi vecchi testi, le ragioni della sinistra difese su Repubblica e MicroMega, pensa che tutto resti eternamente immobile e che quest’immobilità debba tradursi, oggi, in Italia, sul piano politico, in un eterno patto del Nazzareno. La ribellione dei poveri si chiude con un’idea fissa: “…i poveri mai scomparvero:/ sono una gemma sporca/ che vive sotto un cielo senza luce.” Non c’è riscatto per gli ultimi. Le parole di Scalfari sono un manifesto regressivo.

D’altronde, chi è il prossimo per l’ultimo Scalfari? “Voi amate il prossimo /(…)/ ma non amate tutte le persone che lo compongono. / Moltissime non le conoscete / altre le odiate /(…)/ Amate i vostri figli / perché li avete creati / e i genitori vostri /(…)/ voi, la vostra persona, / è prossimo soltanto e unico” (Vita vissuta). Non è il massimo dell’altruismo: non si esce dalla propria persona e dalla difesa – sul piano politico – dell’ordine costituito che la protegge. “La vecchiaia è una bella stagione”, dice il nostro, forse è anche l’età in cui ogni scossa alle gerarchie in cui s’è vissuto suscita paura. La società civile, il popolo, il poveri che si ribellano – dice in fondo Scalfari – non disturbino, c’è chi pensa per loro. Non va bene. A parte questo, le poesie meritano d’essere lette. Alcune, l’abbiamo visto, anche per essere contestate.