Il 10 aprile Amnesty International ha presentato il suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo. Il numero di esecuzioni registrate in Medio Oriente e Africa del Nord, la regione cui è dedicato questo blog, è calato del 41 per cento, passando da 847 nel 2017 a 501 nel 2018, il più basso dal 2010.

La diminuzione è stata determinata in particolare da un dimezzamento delle esecuzioni in Iran, a seguito delle modifiche alla legge anti-narcotici, e in Iraq. Solo cinque Paesi della regione, Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq e Yemen, hanno eseguito sentenze capitali. In contrasto con la riduzione delle esecuzioni, c’è stato un picco delle condanne a morte. Le 1.170 nuove condanne hanno segnato un aumento dell’89 per cento rispetto alle 619 del 2017.

Le esecuzioni in Egitto sono aumentate da 35 nel 2017 a 43 nel 2018, mentre il numero delle condanne a morte è salito a 717, la cifra più alta mai rilevata da Amnesty International nel Paese. Dal 2014, sotto l’amministrazione del presidente Abdel Fattah al-Sisi, le corti egiziane ordinarie e militari hanno emesso almeno 2mila condanne a morte per la maggior parte per reati di violenza, dopo processi iniqui spesso basati su “confessioni” estorte sotto tortura e dopo indagini di polizia viziate da errori.

Le 253 esecuzioni in Iran rappresentano il numero più basso nel paese dal 2010 e meno della metà di quello registrato nel 2017 (507). Ciò è in gran parte dovuto all’attuazione di emendamenti alla legge anti-narcotici che hanno aumentato la quantità di possesso di stupefacenti che prevede l’imposizione obbligatoria della pena di morte. Dato negativo, l’Iran ha incrementato l’uso della pena di morte contro persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, mettendone a morte sette, di cui due donne. Alla fine del 2018 almeno altri 85 minorenni al momento del reato erano presenti nei bracci della morte del paese.

In Iraq c’è stata una diminuzione del 58 per cento delle esecuzioni. Nel 2018 ne sono state registrate almeno 52 rispetto alle almeno 125 nel 2017.Le condanne a morte sono però più che quadruplicate, passando da almeno 52 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018, principalmente a causa dei processi seguiti alla conclusione del conflitto con lo Stato islamico.

Amnesty International ha registrato 149 esecuzioni in Arabia Saudita, più della metà delle quali nei confronti di cittadini stranieri. I processi si sono svolti spesso in segreto e in modo sommario, senza assistenza legale o rappresentanza e senza alcun servizio di traduzione per gli imputati stranieri. Molte condanne a morte sono state comminate grazie a confessioni” che gli imputati hanno dichiarato essere state estorte sotto tortura.