Il 25 aprile ognuno, privato cittadino, può fare quel che vuole. Stare a casa, andare in gita o sfilare in piazza.

Nessuno costringe nessuno a sfilare con i partigiani. Ma se quel giorno il ministro dell’Interno della Repubblica fondata sulla Costituzione fa finta di fare qualcosa di più importante e si colloca in modo equidistante tra fascismo e antifascismo, rischia di mettersi al confine della Costituzione alla quale ha giurato fedeltà. Brutto confine.

La Costituzione della Repubblica italiana è nata dalle ceneri del regime mussoliniano. Ora, nel 2019, dire – come ha fatto Matteo Salvini – che le manifestazioni del 25 aprile, festa nazionale, sono “una sfilata” (insomma, una passerella di moda milanese) va discusso. E compreso. Discusso non – questi sono fatti loro e degli analisti politici – come un nuovo segno di un’alleanza di governo che scricchiola, anche sulla festa della Liberazione: Luigi Di Maio ha replicato che lui, quel giorno, invece sfilerà con l’Anpi. E va compreso perché le parole di Salvini pongono domande e vanno chiarite ai ragazzi che non conoscono bene la Storia.

Per la cronaca, quel giorno, Salvini ha detto che andrà a Corleone, provincia di Palermo. Perché, questo ha detto il ministro, considera la lotta alla mafia più importante. Il 25 aprile non c’entra nulla, direttamente, con la lotta alla mafia. Anche lì a Corleone, certo, parliamo di una battaglia di liberazione. Tanto che l’Anpi sfila ogni anno il 23 maggio a Palermo accanto ai movimenti antimafia per ricordare gli eccidi di Capaci e via D’Amelio.

I riti spesso sono retorici, se no non sono “riti”. Dalla messa in giù, che si fa la domenica e non il lunedì. Servono a non dimenticare, a fare comunità, a riconoscersi. A dire che la strage di Falcone, come i crimini del nazismo e del suo complice italiano, il regime di Benito Mussolini, sono fatti contrari a un modo civile di vivere insieme, in pace e democrazia.

Certo, per questo, i riti antifascisti e antimafia hanno qualcosa in comune. Ma il 25 aprile parliamo di antifascismo e solo di quello. Il ministro dell’Interno, del resto, la lotta di liberazione dalla mafia la deve sollecitare ogni giorno. Prima, durante e dopo il 25 aprile o il 23 maggio. E’ il suo dovere.

Ma occhio alle parole, ragazzi. Dice Salvini per giustificare la sua gita in Sicilia: “Il 25 aprile non sarò a sfilare qua o là, fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi. Vado a Corleone a sostenere le forze dell’ordine nel cuore della Sicilia”. E aggiunge, mischiando tutto: “Il 25 aprile ci saranno i cortei dei partigiani e i cortei contro i partigiani. Siamo nel 2019 e mi interessa poco il derby fascisti-comunisti: mi interessa liberare il nostro Paese da camorra e ‘ndrangheta”.

Ma no, il 25 aprile non è un derby. Il 25 aprile “sfilano”, se vogliono, i cittadini italiani fedeli alla Costituzione e contrari agli orrori della dittatura nazi-fascista. Chi sfila contro la Liberazione sfila contro la democrazia. E poi siamo in Italia, che non era – né è mai stata – una “dittatura del proletariato” e qui i comunisti erano socialdemocratici europei. In Italia, tra il 1922 e il 1945, c’era il fascismo alleato dal nazismo, colpevole di sei milioni di ebrei uccisi, anche italiani. E quella festa serve a non dimenticare gli orrori di quella storia.

Se poi uno, da ministro, vuole scegliere una data “retorica” per dare un segno di volontà antimafia ce n’è un’altra vicina vicina, il 1° maggio, sempre in Sicilia. A Portella della Ginestra, monti sopra Palermo, dove nel ’47 il bandito Giuliano e la sua banda spararono sui contadini: 11 morti e decine di feriti. E l’allora ministro dell’interno, Scelba, si schierò con gli agrari, contro i contadini “comunisti”.

Forse quella sì sarebbe una bella data per fare una gita in Sicilia.

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