“L’albero genealogico umano è cresciuto in un altro ramo, dopo che alcuni ricercatori hanno portato alla luce resti di una specie di ominide, precedentemente sconosciuta, proveniente da una grotta nelle Filippine. Hanno chiamato la nuova specie, che era probabilmente di piccolo corpo, Homo luzonensis”. Un uomo probabilmente di 50mila anni fa.

La notizia della scoperta è stata pubblicata in un contributo su Nature, una delle più antiche e importanti riviste scientifiche esistenti, forse in assoluto quella considerata di maggior prestigio nell’ambito della comunità scientifica internazionale. I particolari permettono di comprendere la rilevanza della scoperta. Consentono di conoscere i pochi elementi che hanno permesso ai ricercatori di ricostruire il puzzle. Perché la ricerca è così, soprattutto quella che riguarda epoche così antiche. Costringe ad avere pazienza.

Di pazienza la squadra, co-guidata da Florent Détroit, un paleoantropologo del Museo nazionale di Storia Naturale a Parigi, ne ha avuta. Le prime tracce della nuova specie, risalenti ad almeno 67mila anni fa, sono state identificate più di dieci anni fa, nella grotta di Callao, sull’isola di Luzon, nelle Filippine. Prima un osso di piede e poi, nel corso di nuove indagini, un femore, sette denti, due ossa del piede e due ossa della mano. Tutto qui. Niente altro. L’elemento dal quale i ricercatori sono partiti uno. Quei resti, riconducibili almeno a due adulti e a un bambino, avevano caratteristiche diverse da quelle di altri parenti umani. Per questo si parla della scoperta di una nuova specie umana. Anche questa identificata nel Sud-est asiatico, come quella dell’Homo floresiensis, il cosiddetto Hobbit, verificatasi sull’isola indonesiana di Flores.

Le ricerche non sono terminate. Anzi, proseguono. Gli elementi da chiarire sono molti. Quel che è certo è che “l’isola sud-est asiatica sembra essere piena di sorprese paleontologiche che complicano semplici scenari di evoluzione umana”, afferma William Jungers, un paleoantropologo della Stony Brook University di New York. Già, perché intorno a 50mila anni fa in quell’area sono attestati, contemporaneamente, l’Homo floresiensis, l’Homo sapiens, un misterioso gruppo noto come Denisovans e, appunto, l’Homo luzonensis.

Dopo l’Africa, il genere umano ha abitato il Sud-est asiatico. Le tracce ci sono, ancora, nonostante gli sconvolgimenti di ogni tipo che gli epigoni di quelle antichissime specie umane hanno causato. Per individuare i loro resti serve pazienza, ma anche competenza. Sono necessari ricercatori ostinati e decisi. Servono eroi della scienza per colmare i vuoti della conoscenza in età così lontane.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Buchi neri, non sono solo divoratori di materia. L’esperto: “Importanti per l’origine e l’evoluzione delle galassie”

prev
Articolo Successivo

Pranzo sano e leggero? Un’insalatona non è la soluzione

next