Siamo abituati a considerare i buchi neri come sistemi che divorano tutto, aspirapolveri cosmiche che ingoiano persino la luce. Ma questa è solo una delle loro caratteristiche. Ora che gli scienziati del progetto internazionale Event Horizon Telescope (Eht) ci hanno regalato la prima foto di uno di questi cannibali dell’universo, possono anche spingersi oltre. Ora che hanno osservato “le porte dell’inferno alla fine dello spazio e del tempo”, per usare le parole di Heino Falcke, astrofisico della Radboud University di Nijmegen, nei Paesi Bassi, uno dei responsabili di Eht, possono indossare nuovi occhiali per guardare diversamente ai buchi neri e alla loro poliedrica natura. Non solo di distruttori, ma anche di architetti, in grado di disseminare il cosmo di materia.

Può sembrare strano, ma se l’universo ci appare così come lo conosciamo, se esistono le galassie, compresa la nostra Via Lattea, il merito è anche dei buchi neri. Di quelli più mostruosi, con massa di milioni o miliardi di volte il Sole, come il protagonista del celebre scatto che in queste ore sta facendo il giro del mondo. Parafrasando il titolo di un celebre brano del cantautore catanese Franco Battiato, possiamo considerarli dei centri di gravità permanente. “I buchi neri come quello fotografato al centro di M87 hanno avuto un ruolo importante nell’origine e nell’evoluzione delle galassie”, spiega a IlFattoquotidiano.it Salvatore Capozziello, che insegna cosmologia e Relatività Generale all’Università Federico II di Napoli, ed è associato all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). “Questi buchi neri sono autentici centri di gravità, che contribuiscono a stabilizzare e a plasmare la struttura dello spazio-tempo circostante, e il sistema di oggetti celesti che orbita loro intorno”, sottolinea l’esperto.

Senza questa loro ingombrante presenza, quindi, forse le galassie non avrebbero avuto la forza, da sole, di aggregare massa critica e prendere forma. Per questo, gli astrofisici ritengono che ci sia un buco nero gigantesco al centro di ogni galassia. “Fino a ieri era solo un’ipotesi. Adesso, dopo avere guardato nel cuore della galassia M87, abbiamo la prova fotografica che è effettivamente così”, chiarisce Capozziello. E non vale solo per M87. Anche la Via Lattea ha al centro un proprio buco nero, con una massa all’incirca 4 milioni di volte quella del Sole. Si chiama Sagittarius A*, e gli scienziati di Eht hanno già puntato la loro rete globale di radiotelescopi nella sua direzione, per fotografarlo.

La prima luce di un buco nero catturata da Eht è stata emessa dal cuore della galassia M87 quando ancora sulla Terra l’uomo non esisteva, e i dinosauri si erano già estinti. Dopo avere viaggiato per circa 55 milioni di anni, ha raggiunto i telescopi terrestri dandoci la prova visiva che Albert Einstein aveva ragione sull’esistenza dei buchi neri. E lo ha fatto esattamente un secolo dopo che un altro disco nero, questa volta legato a un’eclissi solare, ci ha permesso di ottenere la prima conferma sperimentale della teoria della Relatività Generale. Era il 1919 e, grazie all’eclissi, l’astronomo britannico sir Arthur Eddington ha potuto dimostrare che la luce si piega in presenza di una massa, proprio come aveva previsto Einstein.

Adesso, la foto di un disco nero circondato da materia incandescente che sta per precipitarvi dentro può cambiare di nuovo la nostra percezione del cosmo. “Ora che abbiamo affinato le tecniche di osservazione e dimostrato che i buchi neri, non solo esistono davvero, ma si possono osservare direttamente – spiega Capozziello -, possiamo provare a realizzare un catalogo della popolazione di buchi neri del cosmo. Uno degli obiettivi è dare, ad esempio, la caccia a buchi neri che hanno vicino delle pulsar, stelle di neutroni rotanti che emettono radiazione in modo regolare. Come dei fari. In questo modo – conclude lo studioso -, potremo usarle come timer per raccontare come cambia la struttura di una galassia intorno a un buco nero, ricostruendone l’origine e l’evoluzione nel tempo”.

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