Washington ha revocato il visto di ingresso al procuratore della Corte penale internazionale dell’Aja, la gambiana Fatou Bensouda. “Possiamo confermare che le autorità Usa hanno revocato il visto del Procuratore per l’ingresso negli Stati Uniti – scrive dopo molteplici richieste l’Ufficio del Procuratore al IlFattoQuotidiano.it – Secondo gli accordi, ciò non riguarderà i viaggi alle Nazioni Unite, comprese le regolari riunioni che si tengono prima del Consiglio di Sicurezza”. “Il Procuratore – conclude la nota – e il suo Ufficio continueranno ad assolvere i loro obblighi con il massimo impegno e professionalità, senza paura o arbitrarietà”.

La decisione è arrivata dopo l’apertura all’Aja di un esame preliminare su eventuali crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi in Afghanistan ed era stata annunciata il 15 marzo dal segretario di Stato Mike Pompeo. Forse proprio la coincidenza di data con la strage di Christchurch in Nuova Zelanda aveva fatto sì che la notizia passasse inosservata: pochissimi media internazionali l’avevano ripresa, ma soprattutto nessuna reazione ufficiale era giunta fino ad oggi dalla Corte stessa.

Gli Usa non sono membri dell’International Criminal Court: l’amministrazione Clinton aveva aderito al Trattato di Roma nel 2000, ma la decisione non era mai stata ratificata dal Congresso e nel 2002 John Bolton, attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, aveva ritirato la firma al trattato. Dal 2003, invece, ha aderito all’ICC proprio l’Afghanistan, motivo che abilita la Corte a svolgere indagini. E così è stato: nel novembre 2017, il Procuratore Bensouda ha chiesto ai giudici dell’ICC l’autorizzazione ad aprire un’indagine sui crimini di guerra e contro l’umanità eventualmente commessi sul territorio afghano a partire dal 1 marzo 2003 (data di adesione dell’Afghanistan all’ICC) e anche su crimini strettamente legati al caso afghano commessi sul territorio di altri Stati.

Fatto che ha allarmato l’amministrazione Trump, spingendo Pompeo ad affermare, nella sua conferenza stampa di metà marzo: “Ciò potrebbe illegittimamente colpire personale americano per indagini e sentenze. Nel settembre 2018, l’amministrazione Trump ha avvisato l’ICC che se avesse cercato di condurre un’indagine sugli americani ci sarebbero state conseguenze. Ma la richiesta del procuratore per le indagini rimane”, aveva premesso il segretario di Stato. Poi l’annuncio: “Così oggi (…) annuncio una politica di restrizione dei visti per gli Usa nei confronti degli individui direttamente responsabili di una qualsivoglia indagine dell’ICC sul personale Usa. (…) Tali restrizioni sui visti possono inoltre essere usate per scoraggiare gli sforzi della Corte di perseguire personale alleato, inclusi gli israeliani, senza il consenso degli alleati. L’attuazione di questa politica è già iniziata. Queste restrizioni sui visti non saranno la fine dei nostri sforzi. Siamo pronti a prendere ulteriori misure, incluse sanzioni economiche, se l’ICC  non cambia politica.”

Pompeo ribadiva, quindi, che le indagini dell’ICC sarebbero una “minaccia alla sovranità americana” e sottolineava la determinazione “a proteggere il personale americano e alleato, sia militare che civile, dal vivere sotto la paura di una ingiusta azione penale per atti compiuti nel difendere la nostra grande nazione”. Gli Stati Uniti hanno “un sistema legale che il mondo invidia” e che, nel caso in cui il personale militare si macchi di comportamenti scorretti o illegali, provvedono da soli alle indagini e a eventuali condanne.

L’annuncio era arrivato a ridosso della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Washington. Una coincidenza letta da molti osservatori come un assist all’alleato israeliano in vista delle elezioni del 9 aprile: il 16 gennaio 2015 Bensouda ha avviato infatti un esame preliminare anche della situazione nei Territori occupati e di eventuali crimini commessi da forze israeliane.

Se la Corte Penale Internazionale era stata in silenzio per settimane, a parte un cauto comunicato di O-Gon Kwon, presidente dell’Assemblea degli Stati Membri dell’ICC, diverse reazioni sono giunte dalla società civile, in particolare dalla Coalition for the International Criminal Court (una rete globale che riunisce organizzazioni di società civile di 150 Paesi), che ha diffuso una lunga nota nella quale “deplora profondamente questo passo dell’amministrazione Trump e le imprecisioni presentate dal Segretario di Stato nella sua dichiarazione”, come il fatto di dichiarare illegittime le azioni dell’ICC, che è invece “l’unica corte internazionale permanente col mandato di investigare e perseguire singoli individui per i crimini internazionali di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione”. E prosegue: “La posizione dell’amministrazione Trump solleva serie preoccupazioni tra la società civile, gli stati e le altre parti in causa che cercano di stabilire le responsabilità per i crimini internazionali, ovunque essi avvengano”.