Ahmad al-Naqib aveva 16 anni quando gli sono stati offerti 800 dollari al mese per lavorare nelle cucine di un campo militare nel nord dello Yemen. Un piccolo tesoro in un Paese dove la guerra ha creato 3 milioni di sfollati e una persona su due, circa 14 milioni di individui, deve fare i conti con la carestia. L’unica cosa che Ahmad doveva fare era raggiungere al-Wade’a, località di confine con l’Arabia Saudita, da dove sarebbe stato trasferito al campo di al-Buqa. Ma si trattava solo di un inganno: ai giornalisti di al-Jazeera che hanno raccolto immagini e testimonianze che provano il reclutamento di bambini soldato da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e impegnata nella guerra civile in Yemen, Ahmad ha detto che tanti ragazzini come lui, di 14-15 anni, venivano portati nei campi militari e mandati in prima linea a combattere contro i ribelli Houthi.

Yemen e Arabia Saudita hanno ratificato il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, rispettivamente nel 2007 e nel 2011, impegnandosi così a bandire l’uso dei minori nei conflitti armati. A fine 2018, però, un’inchiesta del New York Times ha accusato Riyad di reclutare bambini soldato nel Darfur per impiegarli nel conflitto yemenita, mentre già nell’estate del 2018 un rapporto delle Nazioni Unite sosteneva che le fazioni in guerra avessero utilizzato nel conflitto 842 bambini dagli 11 anni in su: due terzi di questi erano finiti tra le fila dei ribelli sciiti Houthi, il resto era stato ingaggiato dalla coalizione con a capo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Tra quest’ultimi c’erano anche Ahmad e un altro adolescente la cui famiglia è stata intervistata dalla tv qatariota, Mohammad Ali Hameed, di 15 anni, entrambi originari della città di Taʿizz, nel sud del Paese. Mohammad non è tornato a casa e il padre racconta di non aver più avuto sue notizie. Ahmad, invece, è riuscito a fuggire prima di essere mandato a combattere: “Non ho mai usato un’arma, né una pistola né un fucile – racconta Ahmad nell’inchiesta I bambini yemeniti che muoiono per l’Arabia Saudita – Siamo andati perché ci hanno detto che avremmo lavorato nelle cucine per 3mila Riyal sauditi (circa 700 euro, ndr)”. L’unica cosa a cui devono pensare, spiega un trafficante di esseri umani coinvolto nel business e sentito dalla tv panaraba, è di arrivare alla cittadina di frontiera di al-Wade’a. Lì qualcuno li comprerà e li porterà nel campo militare di al-Buqa. L’aspetto infantile o i documenti non sono importanti, spiega l’uomo. I ragazzi possono utilizzare la carta d’identità scolastica che viene rilasciata intorno ai 15 anni. Chi non ce l’ha otterrà invece un documento d’identità militare “informale”: “Non c’è problema, ce ne sono tanti come loro”, assicura.

Ma le promesse di un lavoro sicuro e ben pagato vengono disattese. Non solo la paga risulta essere la metà di quanto promesso, ma presto i ragazzi scoprono che il vero compito per cui sono stati attirati al confine tra Yemen e Arabia saudita è quello di impugnare un’arma e andare in prima linea per combattere contro gli Houthi. “Il broker riceve 17mila Riyal yemeniti (circa 60 euro, ndr) per ogni persona – continua Ahmad – Ci hanno portato in questo campo militare dove vivevamo tutti in 5-7 tende e dove venivamo nutriti con riso, patate e pollo poco cotti. Non c’era nemmeno l’acqua per le abluzioni. A un certo punto ci hanno detto che eravamo stati venduti alla brigata al-Wahda”. A quel punto, senza alcun addestramento militare, i ragazzini vengono spediti in frontline: “Arriva una persona che ti dice che sarai portato a Suqam nella notte, ti danno un fucile e vai in prima linea. Prima che te ne possa accorgere, ti ritrovi gli Houthi addosso. Nessuno viene addestrato”.

Il perché una potenza come l’Arabia Saudita si sporchi le mani reclutando bambini soldato ha motivazioni esclusivamente economiche, secondo i reporter di al-Jazeera. Sul sito del ministero della Difesa di Riyad si legge che la famiglia di un soldato saudita che muore nel conflitto in Yemen ha diritto a un risarcimento immediato di 27mila dollari e di altri 270mila successivamente. Una cifra nemmeno paragonabile agli appena 4mila dollari inviati alle famiglie dei caduti di nazionalità yemenita.

Di Mohammad la sua famiglia ha perso le tracce, mentre Ahmad è riuscito a sfuggire dal reclutamento forzato e tornare a Taʿizz dai suoi genitori e dai suoi fratelli. Il destino, però, ha voluto che, poche settimane dopo aver parlato con i reporter di al-Jazeera, un proiettile vagante lo colpisse alla testa. Ahmad è morto a causa della guerra che aveva rifiutato di combattere.

Twitter: @GianniRosini