Occorre, più che mai, tornare a prendere le mosse dal solo spazio in cui, storicamente, è esistita lungo l’arco della modernità la democrazia, per quanto densa di mancanze, contraddizioni e punti di criticità; dal solo spazio entro il quale le classi dominate, organizzandosi nel conflitto, sono riuscite a conquistare diritti e rappresentanza.

Come la democrazia greca trovò nello spazio solidale e comunitario della polis il proprio luogo geografico e politico di insediamento, così la democrazia moderna ha rinvenuto entro i confini dello Stato nazionale la propria sede peculiare. A tal punto che la si potrebbe icasticamente definire come la sovranità del popolo all’interno dello Stato nazionale. E se è vero che, lungo l’arco della modernità, il livello più alto – quando non quello esclusivo – in cui la democrazia si sia insediata, pur con tutte le sue imperfezioni e con i suoi macroscopici limiti, è stato lo spazio dello Stato sovrano nazionale, ne deriva una conseguenza del massimo rilievo.

Essa è la chiave ermeneutica privilegiata per comprendere il progetto della classe dominante quale si è venuto pienamente realizzando dopo l’annus horribilis del 1989: ogni qual volta si producano cessioni di sovranità e si ponga in essere quella che, genericamente, proponiamo di definire la “sovranazionalizzazione”, si perdono, con la sovranità nazionale, quote di democrazia. E si rinsalda il potere post-nazionale dell’economico e dell’élite cosmopolitica dominante che se ne avvantaggia.

Sicché, nobilitata con gli argomenti più disparati (tutela della pace, difesa dai sovranismi bellicisti, integrazione irenica dei popoli, ecc.), la destituzione della sovranità nazionale dello Stato gestita dalla classe dominante è sempre funzionale alla neutralizzazione dei residui spazi di democrazia e di controllo nazionale dell’economico in fase di spoliticizzazione globale. Non è possibile annichilire la democrazia popolare senza dissolvere la sua base primaria, la sovranità nazionale dello Stato come spazio entro il quale il politico può normare l’economico e il popolo può decidere e organizzarsi sovranamente.

Per questo, come si è adombrato, l’astuzia della ragion capitalistica sta nel legittimare l’oltrepassamento dello Stato nazionale nei termini di una messa in sicurezza rispetto ai pericoli del nazionalismo, ossia dell’esasperazione patologica dell’idea stessa di nazione (di cui è variante negativa), quando in realtà la vera ratio di siffatto oltrepassamento sta nella messa in congedo della democrazia e del suo fondamento, la sovranità nazionale.

Così del resto si spiega perché, dopo l’annus horribilis del 1989, ogni processo di sovranazionalizzazione e, conseguentemente, di desovranizzazione dello Stato abbia proceduto di conserva – la vicenda dell’Unione europea lo mostra in maniera adamantina – con vere e proprie emorragie di democrazia e con la lineare perdita dei diritti garantiti dalla potenza politica statuale.
Anche in questo caso, la Destra liberista del Danaro pone la struttura, a cui la Sinistra libertaria del Costume fornisce le superstrutture. La prima aspira alla desovranizzazione cosmopolitica in funzione della libera circolazione planetaria nel piano liscio del mercato (con annessi dumping salariale e sottrazione dei diritti sociali). La seconda – in ciò confermando la propria natura di problema più che di soluzione – condanna ogni aspirazione delle masse nazionali-popolari alla risovranizzazione dell’economia, delegittimando senza residui l’idea stessa dello Stato nazionale come fascista, autoritaria e repressiva.