Torregiani e Sabbadin dovevano solo essere feriti”. “Latitanza sostenuta da editoria e politica”. “Mai avuto a che fare con malavita italiana o straniera”. Sono solo alcune delle dichiarazioni dell’ex terrorista Cesare Battisti durante l’interrogatorio nel carcere di Oristano. Oltre ad ammettere le sue responsabilità in quattro omicidi, l’ex componente dei Proletari Armati per il Comunismo ha ricostruito altri particolari sia della sua latitanza che del periodo del suo attivismo terrorista. Il tutto messo in un verbale di cui sono stati resi pubblici ampi stralci.

GLI OMICIDI TORREGGIANI E SABBADIN
“Sicuramente non cambia nulla per quanto riguarda la mia posizione, ma tengo per la verità storica che mi riguarda a dire che nei confronti di Torregiani e di Sabbadin la maggior parte del gruppo dei Pac, me compreso, aveva deciso di procedere, per ragioni politiche, al solo ferimento“. È la ricostruzione fornita da Battisti in merito agli attentati ai danni dei due commercianti, che andavano ‘puniti’ perché si erano mostrati amici dello Stato uccidendo dei rapinatori. “Tuttavia accadde che il Torregiani reagì sparando – ha aggiunto l’ex terrorista – e pertanto il volume di fuoco nei suoi confronti fu tale da determinarne la morte”. Il racconto dell’ex terrorista al pm del pool antiterrorismo della procura di Milano, Alberto Nobili, si concentra anche sul delitto avvenuto a Mestre, dove Battisti ha ammesso di aver avuto un ruolo “di copertura”, e che la persona incaricata dell’azione “lo uccise”. Le precisazioni di Battisti sono arrivare perché in questi anni “sono stato ‘massacrato’ dalla stampa e dall’opinione pubblica quale principale responsabile della morte” dei due commercianti. A verbale l’ex terrorista ha confessato che “il mio primo omicidio è stato quello del maresciallo Santoro“, capo delle guardie carcerarie di Udine; “la prima azione contro persone fisiche cui ho partecipato fu commessa a Milano nei confronti di Fava”, il medico ‘colpevole’ di non concedere troppo certificati medici agli operai dell’Alfa Romeo.

LA RETE DI AIUTI
“Io ho sempre professato la mia innocenza, ciascuno è stato libero di interpretare questa mia proclamazione come meglio ha creduto, ma posso dire che per molti di questi il problema non si poneva, andava semplicemente sostenuta la mia ideologia all’epoca dei fatti”: è quanto ha detto Battisti al pm Nobili in merito alla sua rete di aiuti. “Io – ha aggiunto – sono stato appoggiato per una pluralità di ragioni che vanno sia dal fatto che mi proclamavo innocente, sia dal fatto che in molti paesi non è concepibile una condanna in contumacia e sia – ha concluso – perché io cercavo di dare di me l’idea di un combattente della libertà, come io mi sentivo per i fatti degli anni ’70”.

POLITICA ED EDITORIA COME SOSTEGNI
Nobili, però, non si è limitato a prendere atto delle risposte fornite e ha chiesto ulteriori chiarimenti sulla rete di aiuti. Ricevendo risposte. “Sono stato sostenuto nella mia latitanza da partiti, gruppi di intellettuali, soprattutto nel mondo editoriale, come sostegno ideologico e logistico – ha detto l’ex Pac – Tra gli italiani nessuno mi ha mai aiutato o ha favorito la mia latitanza; io sono stato sostenuto per ragioni ideologiche di solidarietà – ha aggiunto Battisti – e posso anche dire che non so se queste persone si siano mai chieste se io fossi effettivamente responsabile dei reati per cui sono stato condannato”. Non solo. Battisti ha detto anche altro: “Posso dire che gli appoggi di cui ho goduto sono stati il più delle volte di carattere politico, rafforzati dal fatto che io ero ritenuto un intellettuale – ha sottolineato – scrivevo libri, ero insomma una persona ideologicamente motivata, per cui nessuno sentiva il bisogno di agire contro di me. Questo mio ruolo da intellettuale – ha continuato – era anche una precisa garanzia che, a prescindere dal mio passato ero ormai una persona non più da ritenersi pericolosa e quindi, anche per questo motivo, nessuno mi ha dato la caccia”.

LE SCUSE AI FAMILIARI DELLE VITTIME
“Io non posso che chiedere scusa ai famigliari delle persone che ho ucciso alle quali ho fatto del male – ha detto ancora Battisti – perché penso che la lotta armata è stata un movimento disastroso che ha stroncato una rivoluzione culturale e sociale che aveva preso avvio nel 1968 con prospettive sicuramente positive per il Paese ma che proprio la lotta armata contribuì a stroncare”. Con queste parole Cesare Battisti ha chiesto scusa, per la prima volta, ai familiari delle vittime e ha ammesso tutti i reati per i quali è stato condannato all’ergastolo. “Chiedo scusa – ha detto l’ex terrorista a verbale – pur non potendo rinnegare che in quell’epoca per me e per tutti gli altri che aderirono alla lotta armata si trattava ‘di una guerra giusta‘. Oggi – ha detto ancora – non posso che confermare quel disagio di cui ho parlato nel ricostruire il mio passato o rivivere momenti che non possono che suscitare una mia revisione del passato che all’epoca ritenni giusto”. Per l’ex terrorista “parlare oggi di lotta armata per me è qualcosa privo di senso“.

NESSUN RAPPORTO CON MALAVITA
Battisti poi ha smentito le voci che lo volevano in rapporti con organizzazioni criminali durante la sua latitanza: “Non ho mai avuto a che fare in alcun modo con esponenti della malavita organizzata sia italiana che straniera – ha detto – avrei in modo irreparabile compromesso la mia immagine di rifugiato politico ed era contrario a qualsiasi mia concezione; non posso certamente escludere – ha aggiunto – che fra tant’è frequentazioni che ho avuto occasione di intrattenere nei 37 anni di latitanza possa essermi imbattuto in persone appartenenti al mondo del crimine comune, ma se questo fosse accaduto sicuramente lo è stato a mia insaputa“.

NON SONO UN KILLER
In uno dei passaggi dell’interrogatorio, poi, Battisti ha spiegato il motivo per cui non si definisce un killer: “Sono stato una persona che ha creduto in quell’epoca nelle cose che abbiamo fatto e quindi la mia determinazione era data da un movente ideologico e non da un temperamento feroce, quando in una cosa sei deciso e determinato. A ripensarci oggi – ha detto ancora – provo una sensazione di disagio ma all’epoca era così”.

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