Theresa May colleziona un altro smacco sulla strada che dovrebbe portare Londra (il condizionale a questo punto è d’obbligo) verso la Brexit. E questa volta la disfatta ha proporzioni storiche. In nottata la Camera dei Comuni ha approvato l’emendamento che di fatto sottrae al governo il controllo del processo decisionale per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e lo mette nelle mani del Parlamento. E’ la prima volta che accade. La proposta è stata approvata con 329 sì e 302 no. Conseguentemente, tre sottosegretari del governo si sono dimessi dopo aver votato in dissenso della linea ufficiale dell’esecutivo e del Partito Conservatore a favore di uno degli emendamenti: si tratta di Richard Harrington, sottosegretario alle Attività Produttive, Alistair Bury, sottosegretario agli Esteri, e Steve Brine, sottosegretario alla Sanità. Nonostante questo però, la premier britannica non sembra intenzionata a dimettersi.

Cosa accade ora – Trenta Tory ribelli  – tra cui tre ministri – hanno votato contro il governo. La decisione del Parlamento di appoggiare l’emendamento radicale presentato dall’ex sottosegretario Oliver Letwin significa che i parlamentari prenderanno il controllo del calendario della Camera dei Comuni per la prima volta nella Storia: mai prima d’ora un primo ministro britannico era stato privato del controllo su ciò che accade a Westminster. In una prima fase i deputati utilizzeranno questa opzione per mettere al voto proposte non vincolanti sui possibili scenari che potranno configurarsi nelle prossime settimane. Ma il timore di Downing Street è che i parlamentari inizino ad approvare testi di legge che costringano il governo a cambiare la rotta fin qui seguita per guidare il Paese verso l’uscita dall’Ue.

Nell’emendamento approvato ieri, non è specificato l’esatto iter che i Comuni dovranno seguire nel procedere con i “voti indicativi“, ma è chiaro lo scopo: verificare se c’è un piano per la Brexit che possa mettere d’accordo la maggioranza del Parlamento, che ha finora detto no due volte all’accordo di divorzio raggiunto dalla May con Bruxelles. Sarà comunque lo speaker John Bercow a selezionare le varie proposte che verranno presentate dai deputati. I quali dovranno poi indicare quale o quali opzioni per la Brexit sono pronti ad approvare.

Stasera si saprà quali proposte – unione doganale con la Ue, accordo di libero scambio, rapporto formato Norvegia, nessun accordo, e così via – otterranno il maggior numero di consensi. Mercoledì alle 15 ora italiana si procedere alla votazione. Probabilmente non si arriverà a delle conclusioni certe e diversi commentatori prevedono che lunedì prossimo a Westminster andrà in scena il ballottaggio tra le opzioni risultate più popolari, che potrebbero persino portare ad una nuova proroga dell’articolo 50 o ad esiti finora imprevisti. “Su questa base potremmo scoprire quali proposizioni sono state avanzate hanno ricevuto un sostegno significativo, e quali no”, ha spiegato Letwin ieri sera.

Questo in teoria, perché l’iter non è stato confermato e, anzi, Bercow ieri sera invitava lo stesso Letwin a presentare proposte sul possibile svolgimento della procedura. Il processo che si è messo in moto ieri sera, e i cui contorni non sono ancora ben definiti, infatti non necessariamente romperà lo stallo nel quale governo e Comuni si trovano da settimane, ma indicherà verso quale direzione il Parlamento vuole andare. Spetterà alla premier decidere se raccogliere o meno queste indicazioni. La stampa britannica sottolinea che lo strappo costituzionale che si è consumato ieri potrebbe ampliarsi se la premier, come ha lasciato intendere, decidesse di proseguire comunque per la sua strada, senza tenere conto delle indicazioni che usciranno dai Comuni.

Nessuna di queste prima indicazioni espresse dai Comuni, infatti, sarà vincolante per il governo e la May ha chiarito ieri che intende ignorare la volontà del Parlamento se il risultato delle deliberazioni contraddirà il manifesto elettorale del Tory del 2017, che prometteva agli elettori la Gran Bretagna di lasciare il mercato unico e il unione doganale.

I parlamentari, tuttavia, hanno già un piano per scavalcare la volontà del primo ministro nel caso in cui quest’ultimo decida di ignorare l’esito della Brexit scelto dal Parlamento. L’idea è di calendarizzare un terzo giorno – probabilmente mercoledì prossimo – per approvare testi aventi valore di legge che obblighino la May a cambiare rotta. “Confidiamo che il governo prenda atto delle indicazioni del Parlamento … in prima istanza – ha detto a Bbc Newsnight il tory Nick Boles, molto vicino a Letwin – ma non aspetteremo a lungo. Se alla fine il governo si rifiuterà di dare seguito a ciò che il Parlamento ha votato, allora cercheremo di presentare un progetto di legge, di approvare un atto del Parlamento, che obblighi il governo ad agire di conseguenza”.

Nel frattempo, continua a raccogliere firme la petizione lanciata online la scorsa settimana per chiedere al governo di rinunciare alla Brexit, arrivata lunedì a 5,5 milioni di sottoscrizioni, che sabato 23 marzo ha portato in piazza a Londra decine di migliaia di persone che hanno manifestato per ribadire il loro no all’uscita dall’Unione.

Perché si è arrivati a questo punto – L’accordo sulla Brexit non ha di fatto il “sostegno sufficiente” al Parlamento britannico per essere sottoposto una terza volta al voto dei deputati. A dichiararlo era stata in giornata la premier May, che ha negoziato quell’intesa con Bruxelles, mentre l’adozione dell’intesa è la condizione posta dall’Unione europea per un’uscita ordinata del Regno Unito dal blocco, con data rinviata al 22 maggio. Il Paese avrebbe dovuto teoricamente lasciare l’Ue il 29 marzo a mezzanotte, poco meno di tre anni dopo il referendum del giugno 2016. Ma May non è riuscita a raccogliere il consenso dei parlamentari e quindi è stata costretta a chiedere ai leader europei un rinvio. I 27 hanno offerto una scelta: se l’accordo verrà votato il Paese potrà uscire dall’Ue in modo ordinato, con un breve rinvio al 22 maggio, se invece sarà respinto Londra avrà tempo fino al 12 aprile per decidere se tenere le elezioni europee, cosa che permetterebbe di chiedere una nuova proroga. Altrimenti, la strada è quella di un’uscita senza accordo.