“Una prosa irritante che vorrebbe essere spiritosa”
(E., un commentatore)

Attenzione: spoiler pronunciato

Non c’è tempo per le ciance, che poi il commentatore E. si annoia. Basti questo: gli ultimi sono diventati primi. E qualcuno di loro è anche rimasto dentro la cucina di MasterChef.

Dunque.

Sotto la Mistery Box c’è un minestrone di verdure che spinge al digiuno a scopo curativo. La prova in realtà è farne uno con i controcavolfiori. Dà l’esempio Locatelli che sfodera gli occhiali e prepara un minestrone gourmet con la cura del Borromini. Il primo ad essere chiamato tra i migliori è Giuseppe l’ambulante nevrastenico e Gilberto l’onnipotente è preso dalle convulsioni dal ridere. Così becca un bel pim pem pam di intemerate da Barbieri e soprattutto da Bastianich: “Sento un sapore negativo e non è nel piatto, per vincere devi avere rispetto degli altri che cucinano e di noi quattro. Sembri un bambino nel giardino di tua madre, dove fai i capricce. Se non sai rispettare tutto questo quella è la porta. E se non è così, allora non hai capito nemmeno te stesso perché le tue azioni non seguono le tue intenzioni”. E’ quello che tutti avrebbero voluto dire a Gilberto dal giorno della sua nascita, 2019 anni fa. Lui – trattato come se fosse Karadzic – diventa piccino così, tipo Minù, ed è una scena che Kermitt la rana si godrebbe bevendo una tazza di tè. Commozione a livello planetario, messaggi di pace tra Washington e Mosca, Orban apre le frontiere, Kim Jong-un si dà alla pasticceria, la Uefa fa vincere la Champions alla Juve.

All’Invention Test fa capolino l’origine di tutti i mali, l’alpha della nostra rovina del giovedì sera, quello che fa scrivere in decine di chat di Whatsapp NO SPOILER a carattere 72 con l’autocontrollo di Laura Morante. Marco Pierre White è il primo chef celebrity, l’ante-Craccum, La rockstar della gastropunk, l’enfant terrible della ristorazione, la prima volta che ha preso tre stelle aveva 33 anni (a quell’età la Sila cercava ancora di non sbagliare il doppio nodo). E’ il Mick Jagger della cucina ma a vedere le vecchie foto di White da giovane che ricordano Jim Morrison, va detto che Mick si è tenuto un pochino meglio (faffiga): “Ho la sua età, ma sembro suo figlio” fa il ganassa chef Barbieri.

White si presenta con un discorso vicino ad Al Pacino di Ogni maledetta domenica: gli errori che aiutano a crescere, i sogni da rincorrere, il sacrificio per arrivare alla meta. Subito prima che inizi anche il monologo dell’Avvocato del diavolo, Giuseppe deve scegliere tra tre piatti di White: ravioli con l’astice al ginger, stufato di pesce con la salsa di vino rosso (6 pesci diversi), filetto mignon di vitello con puré di prezzemolo. Si cucina col filetto. Nell’aria la tensione si taglia alla julienne come se si aspettasse qualcosa che deve arrivare, però bisogna immaginarlo nel senso di Dunkerque. E tutto questo non è perché nessuno parla una parola di inglese tranne Locatelli e Bastianich.

Il cuoco di Woodstock gira tra i fornelli e l’impressione è che la forma dei cuochi sia quella dei Cinquestelle in questo incipiente weekend. Loretta è in stato confusionale, Guido anche questa settimana cucina con il piglio del geometra del catasto. Anzi, White, a sorpresa, dice che se dovesse scegliere in Inghilterra si porterebbe proprio Giuseppe con tutto il suo casino e Valeria la sicula perché cucinano con un gran cuore. Di più: Alessandro il nuoro fa il piatto più buono di tutti e White lo ringrazia e gli fa vincere la prova. Si è rovesciato il mondo, sembra di assistere alla rivoluzione russa, alla decapitazione di Luigi XIV. Loretta la designer charmant piange perché lo chef punkrock le chiede perché si trova lì, ma White non assaggia nemmeno per non dire niente di brutto: “Il piatto mi dice molto di te: che cucinare non ti viene naturale”. Locatelli invece il niente di brutto lo dice, dopo un giretto di parole: “Questa salsa fa schifo”. E chi sarà a uscire già si capisce. La chiamata del duo dei peggiori è solo un rito formale: se ne va l’archifashion che si dimostra anche la più umile, la più rotonda.

Finalmente è finito il periodo delle esterne, che è un po’ come quello delle piogge. Si resta dentro e per gli aspiranti chef non sono finiti i dolori, anzi le fitte: a giudicare la prova sono infatti i critici gastronomici più spaventevoli d’Italia: ci vuole tecnica, ma anche raffinatezza, ci vogliono sofisticazioni, ma senza il nucleo. . E’ finito da un pezzo anche il tempo di Anna la nonnina.

I sei rimasti sono divisi in coppie e ciascuna deve cucinare un piatto da servire ai 15 Belfagor che daranno ognuno la classica votazione da uno a 5. Guidone il praticante avvocato e Giuseppe l’agitato fanno un capriolo al sugo e i critici borbottano giustamente che è fatto anche bene, ma ci si aspettava un po’ di originalità che superasse dell’ottima cucina montanara. Il petto d’anatra del Divino Gilberto e della Gloria glacée prende un sacco di complimenti, ma becca anche qualche frustata sul resto (“la quenelle di patata un po’ vitrea” di Andrea Grignaffini dell’Espresso sembra un dardo infuocato), mentre Fiammetta Fadda di Panorama trova la presentazione “piuttosto scontata”. Valeria e Alessandro infine tortelli farciti con ricotta e arancia candita su un brodo speziato ai frutti rossi: un dolce. Sono gli unici a spingere un po’: il coraggio paga e così i primi sono ultimi.

Vanno al pressure test quelli che un tempo sembravano i cristianironaldi: Gilberto, Gloria, Guido. Devono lavorare ancora in coppia (Giuseppe-Guido, Gilberto-Gloria) ma sono divisi da uno scaffale-separé: ogni duo deve fare piatti identici nello stesso tempo senza vedersi, ma urlandosi da una parte all’altra della parete divisoria. Una cosa a metà tra il Gioco delle coppie e Domenica Live. Gilberto e Gloria fanno due trancetti di razza di dimensioni diverse ma di sapore identico e soprattutto migliore: si salvano loro.

A scannarsi per rimanere dentro restano Giuseppe e Guido. Il duello finale si fa con gli ingredienti scelti in una partita strana: hanno davanti 20 ingredienti e 10 mosse per uno. Possono scegliere e togliere gli ingredienti sul tagliere comune. Alla fine delle mosse quello che si trova sul tagliere dev’essere cucinato. Giuseppe, dopo un balletto di metti e togli, ha un match-point grande come la delegazione della Cina al rimorchio di Xi detto Ping. Dopo non aver capito che lasciare le patate non era una mossa, ma doveva sceglierne un altro, potrebbe indicare un pesce – che Guido odia – e invece sceglie una cipolla.

Così Guido prende il suo amato controfiletto con cui cucinano entrambi. Guido fa una parte cotta e una tartare, con due salse (una al cavolo nero e una maionese). Giuseppe riesce ad ottenere la reazione di Maillard (googlata, dai) ma anche a far diventare una bestia Locatelli. “Il sale l’hai messo?”, “Sì, alla fine”, “Non trattarmi come uno stronzo, perché non sono uno stronzo”. E’ l’errore sufficiente per il genere più classico di MasterChef: dai complimenti di Marco Pierre White all’addio per non aver messo il sale sulla carne.

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