Nasrin Sotoudeh ha 55 anni e, secondo i giudici iraniani, dovrebbe uscire dal carcere ultraottantenne.

Lunedì scorso un funzionario dell’ufficio per l’esecuzione delle pene è andato a trovarla nel penitenziario di Evin, a Teheran, dove sta scontando una pregressa condanna a cinque anni per reati contro la sicurezza nazionale per annunciarle l’esito del nuovo processo ai suoi danni: 33 anni di carcere e 148 frustate.

Crudele, aberrante, oltraggiosa. La nuova condanna di Nasrin Sotoudeh ha un obiettivo evidente: mettere a tacere, praticamente per sempre, una delle voci più coraggiose dell’Iran.

Nota e premiata a livello internazionale, Nasrin Sotoudeh ha dedicato la sua vita alla difesa (anche dal punto di vista legale, essendo avvocata) dei diritti umani.

Ha iniziato denunciando l’orrore della pena di morte, ha terminato – almeno provvisoriamente – assumendo la difesa delle donne che avevano sfidato le norme che le obbligano a indossare il velo in pubblico togliendoselo platealmente nei luoghi affollati delle città e rendendo virale la loro protesta.

Scorrendo i reati per i quali Nasrin Sotoudeh è stata condannata, si capisce cosa pensino i giudici iraniani delle loro connazionali: “incitamento alla corruzione e alla prostituzione”, “commissione di un atto peccaminoso (…) essendo apparsa in pubblico senza il velo” e così via.

Particolare sconvolgente: ai danni di Nasrin Sotoudeh i giudici hanno applicato l’articolo 134 del codice penale che autorizza a emettere una sentenza più alta di quella massima prevista se l’imputato ha più di tre imputazioni a carico. Il giudice Mohammad Moghiseh ha applicato il massimo della pena per ognuno dei sette capi d’accusa, 29 anni in tutto, aggiungendovi altri quattro anni e portando così la condanna a 33 anni.

Più i cinque del precedente processo fanno 38. Trentotto anni di prigione per aver difeso i diritti umani.

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