Una decina d’anni fa, in Italia, si cominciava a parlare di rinascita neofemminista (detta anche “postfemminista): un movimento che partì da Internet, ma presto fu capace di attirare l’attenzione dei media tradizionali e di invadere le piazze, coinvolgendo numeri ragguardevoli di manifestanti. Fu in particolare fra il 2008 e il 2011 che un numero crescente di siti web, blog, gruppi Facebook cominciò a occuparsi della discriminazione sociale, economica, politica delle donne italiane, e a denunciare le trasmissioni televisive e le pubblicità offensive della dignità femminile. Era come se, d’improvviso, l’Italia si fosse svegliata da un lungo sonno, durante il quale aveva sognato che, grazie al femminismo degli anni 60 e 70, la parità di genere fosse stata raggiunta. Il che ovviamente non era.

C’era una volta Berlusconi. Ma cosa contribuì a determinare, dieci anni fa, il risveglio neofemminista? Fra aprile 2009 e ottobre 2010 – ricordiamo – l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fu coinvolto nei cosiddetti “scandali sessuali”: da Noemi Letizia alla escort Patrizia D’Addario, fino a Ruby Rubacuori, all’epoca minorenne, e alle “olgettine”, per cui alla fine del 2010 la procura di Milano contestò a Berlusconi il reato di favoreggiamento della prostituzione minorile. Furono Noemi, Patrizia e Ruby, insomma, ad alzare drasticamente l’attenzione dei media – nazionali e internazionali – sui problemi delle donne italiane. Mentre prima se ne parlava solo su Internet e negli ambienti più sensibilizzati, gli scandali fecero sì che gli approfondimenti televisivi, le interviste a esperti di gender studies, le inchieste che confrontavano la situazione delle donne in Italia con quella in altri paesi diventassero pane quasi quotidiano.

La mobilitazione del 2011. Fu così che nacque il comitato “Se non ora quando“, composto da professioniste, accademiche, politiche, giornaliste, scrittrici, e qualche figura mediaticamente più in vista, come le registe Francesca e Cristina Comencini. E fu così che il 13 febbraio 2011 oltre un milione di persone invase circa 250 piazze italiane e alcune decine nel mondo, da Aosta a Enna, da Milano a Washington, da Roma a Toronto, da Bologna a Amsterdam e Tokyo. Dopo quell’exploit, “Se non ora quando” si costituì in comitato permanente e si radicò sul territorio, per cui in pochi mesi nacquero circa 120 comitati locali. Ma le mobilitazioni successive raccolsero sempre meno manifestanti e ottennero un’attenzione mediatica nettamente decrescente. Che cos’era successo? Alla fine del 2011 si insediò il governo Monti, e l’attenzione mediatica sugli scandali sessuali calò drasticamente. In pochi mesi, le luci si spensero anche sui problemi delle donne italiane. Che nel frattempo non sono certo diminuiti né tanto meno svaniti, purtroppo.

Dieci anni di discriminazione pesante. È dal 2006 che il Global Gender Gap Report, pubblicato ogni anno dal World Economic Forum, valuta la parità di genere in un numero crescente di paesi (oggi ne registra 149), prendendo in considerazione quattro parametri: partecipazione al mondo del lavoro, livello di istruzione, salute e speranza di vita, emancipazione politica. Ebbene, negli ultimi dieci anni la posizione dell’Italia in questa classifica mondiale si è sempre segnalata come incredibilmente bassa, rispetto non solo a paesi notoriamente all’avanguardia nella parità di genere, come quelli del Nord Europa (Islanda, Svezia, Norvegia, Finlandia), ma anche rispetto ad alcune realtà del Sud America (come Argentina, Perù, Venezuela) e persino dell’Africa (come Rwanda, Burundi, Uganda), nei confronti delle quali certi stereotipi presuntuosi ci vorrebbero, al contrario, ben superiori.

L’Italia in 10 anni di Global Gender Gap Report. Nel 2009, ai tempi degli scandali di Berlusconi, eravamo al 72° posto, nel 2010 e 2011 scendemmo al 74°, nel 2012 all’80°, nel 2013 risalimmo al 71°, nel 2014 al 69°, nel 2015 arrivammo al 41° posto (la più alta posizione mai raggiunta dall’Italia), per poi di nuovo calare al 50° posto nel 2016 e scendere ancora all’82° nel 2017, fino a risalire un po’ nel 2018, per cui ora stiamo al 70° posto. Da cosa dipendono le oscillazioni di questi anni? Avendo seguito con attenzione, anno per anno, il Report, propongo questa sintesi: ciò che ci ha sempre tenuti bassi in classifica è la partecipazione al mondo del lavoro (economic participation and opportunity): se valutiamo solo questo parametro, nel 2018 l’Italia è addirittura al 118° posto su 149 paesi rilevati. Ciò che viceversa ci ha fatti oscillare negli anni è l’emancipazione politica (political empowerment), rispetto alla quale qualche miglioramento, pur altalenante, c’è stato.

Partecipazione al lavoro (scarsa). Molte statistiche, purtroppo, confermano la situazione disastrosa delle donne italiane dal punto di vista economico e lavorativo: secondo il rapporto Istat 2018, il tasso di occupazione femminile in Italia è del 48,9%, e cioè inferiore di oltre 13 punti alla media europea, che è del 62,4%. Numerose altre rilevazioni, poi, segnalano periodicamente, da anni, che, a parità di ruolo, in azienda le donne percepiscono stipendi più bassi e fanno meno carriera degli uomini (è il cosiddetto “soffitto di cristallo”, che vale anche nella pubblica amministrazione). Dati negativi e vergognosi, che ci accompagnano da ben oltre i dieci anni che sto commentando.

Emancipazione politica (apparente). È su questo parametro che l’Italia è un po’ – ma solo in apparenza – migliorata. Ai tempi del governo Berlusconi, nella XVI legislatura, circa il 20% di donne sedevano in Parlamento (cfr. Parità vo cercando, Senato della Repubblica); inoltre, su 65 fra ministri, viceministri e sottosegretari, solo 11 erano donne, cioè più o meno il 17%. Nella XVII legislatura, la percentuale femminile in Parlamento salì a circa il 30% e, per quel che riguarda il potere esecutivo, gli anni in cui eravamo al 41° e 50° posto nel Gender Gap Report, furono quelli in cui il governo Renzi introdusse un numero pari di ministri donne e uomini.

E oggi? Oggi siamo ancora un po’ migliorati: su 945 parlamentari, fra Camera e Senato, 338 sono donne, e cioè circa il 35%. Ma è un miglioramento solo apparente, perché quelli che davvero fanno e decidono sono sempre in stragrande maggioranza uomini: su 12 ministri con portafoglio solo 2 sono donne (la parità c’è solo nelle 6 deleghe senza portafoglio: 3 uomini e 3 donne) e su 40 sottosegretari solo 5 sono donne. Lo si vede benissimo sui media mainstream, dove la presenza femminile quando si discute di politica e di problemi del paese, sulla stampa quotidiana e sulle televisioni generaliste, è circa il 10%, come ha più volte osservato Michela Murgia l’anno scorso.

Perché le donne continuano a non reagire? È questa la domanda che sorge spontanea, alla quale alcune obietteranno che non è vero, che le donne reagiscono perché in piazza ci sono sempre. C’è il movimento “Non una di meno”, ad esempio. Ci sono le donne che combattono contro il ddl Pillon, il disegno di legge sull’affido condiviso. E tantissime donne erano anche al corteo antirazzista People, a Milano il 2 marzo. Ma tutto ciò è niente, rispetto a ciò che accadde dieci anni fa e che culminò nella manifestazione del 13 febbraio 2011, per poi sfiorire velocemente. Niente in termini di numeri, niente in termini di attenzione mediatica, niente in termini di viralità in rete, di partecipazione attiva, distribuita, trasversale, insistente sui social media. Cosa stiamo aspettando, ancora? Abbiamo bisogno di altri scandali sessuali? Ma li vogliamo più pesanti? E fino a che punto pesanti? Persino la mobilitazione #MeToo in Italia ha avuto esiti scarsi, nel senso che è riuscita più a suscitare polemiche pruriginose che a dilagare.

E purtroppo mi tocca concludere – ancora oggi, dopo dieci anni – con la stessa domanda con cui, nel 2009, Lorella Zanardo chiudeva il documentario Il corpo delle donne: «È in gioco la sopravvivenza della nostra identità. Perché non reagiamo? Perché non ci presentiamo nella nostra verità? Perché accettiamo questa umiliazione continua? Perché non ci occupiamo dei nostri diritti? Di che cosa abbiamo paura?».

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